Il Nediško della Slavia friulana e il suo custode
Sopra uno scorcio del borgo di Cicigolis (Pulfero) nelle Valli del Natisone.
Le Valli del Natisone sono un territorio del Friuli orientale, che si estende tra Ponte San Quirino, Cividale del Friuli, e Kobarid (Caporetto), in Slovenia. Sono anche conosciute come Slavia italiana, veneta o friulana o Beneška Zlavija. Qui, dal VI secolo, ha messo radici una popolazione slava, che nel corso della sua storia è gravitata nell’orbita del Patriarcato di Aquileia e della Serenissima, consolidando plurisecolari legami con il mondo latino e mantenendo, tuttavia, una propria identità slava ben distinta da quella della vicina Slovenia. Questa piccola comunità conta oggi poco più di cinquemila abitanti residenti, tra i quali anche molti recentemente immigrati, registrando dal secondo dopoguerra un consistente calo demografico, culminato con le partenze di tantissimi giovani verso le miniere del Belgio.
La sua specificità culturale trova oggi la sua massima espressione nel Nediško, la locale parlata del popolo, cui ha dedicato una parte importante della sua vita Nino Specogna, autore di una Gramatika-Grammatica e di un Besednjak-Vocabolario in Nediško. In quest’articolo ospitiamo un’appassionata riflessione del professor Specogna sulla propria lingua e sulla necessità interiore del proprio lavoro, tratta dalla pubblicazione C’era una volta la Slavia… an sáda?, curata per l’Istituto Slavia Viva.

Izik
Kaj izik?
Izik so besiede an use kar jih uoze na zastopnost an na poguàrjanje.
Cos’è la lingua?
La lingua sono le parole e tutto ciò che le guida a diventare comprensione e dialogo; così, quando si nasce alla vita, si nasce anche alla lingua.
Una riflessione di Nino Specogna:
“Quando penso alla mia lingua, soprattutto alla lingua della mia giovinezza, della mia famiglia, dei miei vicini di casa, dei miei paesani, parrocchiani, dell’enorme stuolo dei miei coetanei, mi chiedo cosa avrei fatto senza la mia lingua, la nostra lingua e, pensando a loro, son costretto a pensare in quella lingua, non in italiano, seppure l’italiano mi sia gradevole, ma nella mia lingua, nella loro lingua, nella lingua della mia comunità: in Nediško.
Mi piacciono tutte le lingue anche quando non le capisco, ma quando non le capisco, capisco subito che non sono la mia lingua e anche il raffronto con le parole della mia lingua con quelle delle altre lingue, mi dice subito che non sono la mia lingua.
Per questo a un certo punto della mia vita ho sentito un grande desiderio di approfondire e di riappropriarmi nella maniera più piena della mia lingua, approfittando anche dei miei studi, dopo aver studiato l’italiano, il latino e altre lingue. Non soddisfatto del solo parlare la mia lingua nella mia comunità, ho sentito il bisogno di vedere scritte quelle parole e di conseguenza di analizzarne i fonemi, gli aspetti morfologici, la sintassi, proprio come avevo fatto col latino. Con mia grande meraviglia mi sono accorto che il nostro parlare non aveva nulla da invidiare al latino: percorreva la stessa strada del latino. Le regole erano naturalmente diverse ma la strada era identica. E, meraviglia delle meraviglie, via via che scoprivo le regole morfologiche e sintattiche e le scrivevo, mi accorgevo che la mia comunità le conosceva benissimo e le utilizzava alla perfezione senza averle mai studiate e senza mai sbagliare. Come potevo avere dubbi che si trattasse di una vera lingua, della nostra vera lingua?
Io solo so con quanto piacere, gioia, soddisfazione, con quanta lena, supportato da queste scoperte, ho continuato per anni non solo a trascrivere vocaboli, ma ad analizzarli e penetrare la loro radice, ad approfondire gli aspetti morfologici e sintattici perfino nel sonno, a dilettarmi nello scoprire i modi di dire della mia gente a volte scherzosi, spiritosi, ironici, a volte scanzonati, o vocaboli antichi caduti in disuso, cercando di penetrare l’uso pragmatico dei modi di dire più comuni. Perché la lingua ha la sua storia. Questo aspetto rendeva meno monotona la semplice catalogazione dei vocaboli nei due vocabolari, anche se la trascrizione dei vocaboli mi metteva in intimo contatto con la mia gente.
I fonemi, la morfologia, la sintassi erano ben più impegnativi. Bastava pensare per scoprire aspetti nuovi, più precisi, più approfonditi e dinanzi a qualsiasi difficoltà ero d’obbligo struggersi fino a uscirne.
Era la mia lingua!
Fin da bambino mi meravigliavo e non capivo perché la gente non sopportava di sentir parole in sloveno e mal sopportava quelle poche persone che lo parlavano, criticando aspramente perfino i sacerdoti che tentavano di parlare “slovenščino”; d’altra parte anche il mio orecchio si ribellava non tanto per le parole, anche se per la verità mi risultavano straniere, quanto proprio per le persone che le volevano imporre. E a maggior ragione, quando poi ho capito perché la gente era arrabbiata così aspramente: perché era in ballo la nazionalità in merito alla quale la totalità della gente non aveva il minimo dubbio e, naturalmente, neppure io. E capivo anche perché il nonno si arrabbiava quando mio fratello, per stuzzicarlo, diceva qualche parola non nostra. Il nonno interveniva subito e correggeva dicendo: “mi na diamo takua”.
Così mi son sempre più convinto e a ragione che il Nediško è la nostra lingua: nessuna elucubrazione o teoria saccente potrà cambiarne la natura.”
A compendio del contributo di Nino Specogna, proponiamo la sua traduzione in Nediško di tre famose terzine del Canto XXVI del Paradiso dantesco, dove Adamo si rivolge a Dante, facendo riferimento alla torre di Babele (l’ovra inconsummabile). Sono versi che “parlano proprio di come l’uomo faccia della lingua lo strumento per esprimere se stesso e la propria identità. Se infatti a ogni uomo viene fatto dono di parlare per natura, come e in che forma usare questo dono è una scelta di ogni comunità e ogni individuo.” (Simone Clavora)
La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
innanzi che a l’ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:
ché nullo effetto mai razïonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Opera naturale è ch’uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella.
Divina Commedia, Paradiso, XXVI, 124-132
Izik ki san ga jest gùoru je biu vas ugàsnjen
še priet ku kar judje Nembrota
so se parklàdal nedopunemu dìelu:
resnično nobedna fruga človieške umnosti
je maj ostala stanovitna, za uojo človieškega namiena
ki se ponaulja kadar sledì nebeške sìle.
Je natural stvar ki človék guorì;
pa za guorit na dno ol na drugu uìžo naraua –
parpusti van druzin narest takuo ki van je buj lepuo.







