I VENERDÌ DI ICM
INCONTRI con la cultura alla Ferramenta Krainer

Con la sua intensa atmosfera mitteleuropea e i suoi muri accarezzati dal tempo, la Ferramenta Krainer è uno dei luoghi emblematici di Gorizia e della storica via Rastello.
In questo spazio denso di ricordi, ma anche di straordinarie potenzialità come laboratorio per il futuro, l’ICM-Istituto per gli Incontri Culturali Mitteleuropei ha il piacere e l’onore di accogliere sei appuntamenti con amici che condividono la nostra passione per la cultura come incontro tra persone, scambio di esperienze, storie, curiosità.
Confidando che questi sei momenti siano solo l’inizio di un percorso che proseguirà oltre,

Benvenuti alla Ferramenta Krainer.
Benvenuti ai Venerdì di ICM.

Venerdì 23 gennaio, ore 17.00 – 18.30
Ingresso libero

Scarpone della pace.
Equilibrismi dell’anima

Presentazione del libro con performance dell’autrice-attrice Claudia Contin Arlecchino, proiezioni e musica di Luca Fantinutti, introduzione di Romeo Pignat

Un racconto poetico attraverso le guerre del Novecento, compiuto dalla nonna bambina Ada alla ricerca di segni di pace, come i pensieri lasciati da Giuseppe Ungaretti, Egon Schiele, Federico García Lorca, Walter Benjamin, Paul Klee, Antonin Artaud. Accompagna il viaggio la presenza simbolica dello scarpone di un soldato, diventato un vaso dove germoglia la speranza. Memoria, pace e rinascita intrecciati in un’eredità fragile e necessaria, consegnata alle generazioni future.

Porto Arlecchino

Porto Arlecchino è un progetto che nasce da più incontri: innanzitutto tra due artisti poliedrici e complementari come Claudia Contin Arlecchino e Luca Fantinutti. Ma anche tra teatro e musica e artigianato artistico per il mondo teatrale, portando profonde esperienze professionali in laboratori teatrali e atelier artistici improntati su una rigorosa didattica.

È “fare teatro” che affonda le proprie radici nella Commedia dell’Arte, e ha dato vita a nuove forme espressive come la Tragedia dell’Arte.

Scarpone della pace

Scarpone della pace: il poema teatrale
https://www.portoarlecchino.com/2024/03/01/scarpone-della-pace-equilibrismi-dellanima/

Scarpone della pace: la pubblicazione  

Scarpone della pace è il poema di Ada, una nonna bambina, che assieme al trisavolo Cenci attraversa le guerre e le persone in cerca di segni di pace. Un equilibrismo di anime che raccontano e si interrogano. Gli amici della storia del Novecento consegnano all’acuta ingenuità della piccola Ada la testimonianza dei loro sguardi puliti. I pensieri di Ungaretti, Schiele, Lorca, Benjamin, Artaud diventano i giochi con cui questa Bimba Arlecchino racconterà alle genti del futuro la pace degli eterni fanciulli. Abbiamo conosciuto le storie delle grandi guerre mondiali dai racconti dei nostri nonni (quei pochi che erano tornati) e, soprattutto, dalle nostre nonne, che raccontavano dei mariti e dei figli perduti. Ciò che tornava a casa, ci dicevano, era la piastrina di riconoscimento e, a volte, i loro scarponi. Lo scarpone che tornava era segno che tutto era finito, che il cammino di chi lo aveva portato si era fermato, ma che la preziosa protezione dei piedi (dal gelo, dal fango umido, dai rovi o dal filo spinato) poteva di nuovo essere lasciata in eredità ai figli e ai nipoti, per la cura dei campi e delle montagne in tempi di pace. Una pace così sofferta si sarebbe dovuta onorare portandola ai piedi delle generazioni future. Se anche i figli non erano tornati, erano le nonne a portare gli scarponi nei campi o negli orti, dapprima riempiendoli di bende di cotone per metterli a loro misura, poi usandoli come contenitori del frumento raccolto, dei semi, dei fagioli da piantare. È per questo che ogni primavera gli scarponi appesi al chiodo fuori dalla porta di casa cominciavano a germogliare, rallegrando gli usci, i balconi, le scale del patio, come una pacifica primavera fertilizzata dal sangue degli uomini e dal sudore delle donne.

Venerdì 30 gennaio, ore 17.00 – 18.30
Ingresso libero

Le meraviglie della Casa Museo Biblioteca Beethoveniana di Muggia.
Dove il Mito di Beethoven incontra la bellezza

Con Ludovico Carrino, Sergio Carrino, Giuliana Malfatti, titolari e curatori della Casa Museo
Interventi musicali del Duo violinistico Grandi: Carlo Grandi, Laura Grandi 

La Casa Museo Biblioteca Beethoveniana di Muggia accoglie la più importante collezione privata dedicata al Mito di Beethoven. Come l’ha definita Michael Ladenburger, già direttore del Museo e dell’Archivio del Beethoven-Haus di Bonn, è «una collezione unica e impareggiabile, un’opera d’arte totale. Nel suo orientamento e nelle sue dimensioni non ha eguali al mondo. Abbraccia il visitatore sia emotivamente sia esteticamente, in un’atmosfera unica e coinvolgente». Un luogo vissuto, costruito dalla Famiglia Carrino in quasi sessant’anni di ricerca, raccontato e fatto rivivere tra le mura della Ferramenta Krainer, accompagnando questo racconto con gli affascinanti interventi violinistici del Duo Grandi.

Approfondimento

Una Collezione di famiglia che spalanca finestre sul mondo  

La Casa Museo Biblioteca Beethoveniana di Muggia (Trieste) è una Collezione privata che riunisce testimonianze storiche e artistiche su Ludwig van Beethoven, le sue opere e il suo mito: dal primo Ottocento a oggi. Tutto ebbe inizio con il primo libro e il primo vinile, acquistati dopo il folgorante ascolto di una sonata di Beethoven nell’insolita cornice di un ristorante: era il febbraio 1969. Da allora, con ricerche in tutto il mondo, abbiamo raccolto un’enorme mole di materiale: oltre 11.500 elementi, organizzati in 12 collezioni, che desideriamo far conoscere agli amanti della musica, dell’arte, della letteratura o, più semplicemente, ai curiosi della bellezza.

In un’atmosfera unica e coinvolgente, nei dieci ambienti della Casa Museo che costituiscono il percorso della visita guidata, si riscopre il fascino di sculture, dipinti, grafiche d’arte, edizioni antiche e moderne, documenti storici, oggetti d’arte applicata, ex libris e medaglie, toccando i mondi “minori” delle cartoline, dei francobolli, delle figurine, della réclame, sino a sconfinare nei territori del Kitsch e dei sapori.

Si tratta di testimonianze che in nessun altro museo al mondo è possibile ammirare assieme e che, in continui passaggi tra passato e presente, contribuiscono a suscitare e sviluppare, in un’epoca sempre più virtuale, interesse, apprezzamento ed entusiasmo non solo per il grande Musicista e le sue opere, ma anche per l’arte nelle sue molteplici declinazioni. Ne scaturisce un’inedita e sorprendente visione globale del Mito e della personalità artistica di Beethoven, che apre finestre sul mondo d’ieri e di oggi, senza smettere di offrire spunti e nuove basi per la ricerca, lo studio e la conoscenza del Compositore.

Sergio, Giuliana, Ludovico Carrino

 

Ludovico, Giuliana e Sergio Carrino, accanto al busto di Marcello Mascherini, simbolo della Casa Museo Biblioteca Beethoveniana di Muggia


Per saperne di più sulla Collezione Carrino della Casa Museo Biblioteca Beethoveniana:
https://lvbeethoven.eu/la-collezione-famiglia-carrino/

DUO GRANDI 

Carlo Grandi
Cresciuto in una famiglia triestina di musicisti, dopo aver iniziato lo studio del violino con il padre Rodolfo, si è diplomato al Conservatorio B. Marcello di Venezia sotto la guida di Giuliano Carmignola. Premiato fin da giovanissimo in numerosi concorsi violinistici, ha conseguito il Primo Premio Assoluto al Concorso “Città di Genova” per la musica da camera. Dopo aver seguito i corsi di perfezionamento violinistico con Franco Gulli ed in seguito con Michael Frischenschlager presso la Musilhochschule di Vienna, ha frequentato il Corso Superiore di Direzione d’Orchestra tenuto da Francesco Mander. Attualmente alterna l’attività violinistica a quella di direttore d’orchestra. In qualità di direttore, si è esibito in Italia, Slovenia, Austria, Ungheria, Giordania e Russia dove la critica musicale a San Pietroburgo si è così espressa: “La prima di Beethoven eseguita da Carlo Grandi è sembrata un pilastro di vita piena ed ha fatto ricordare Toscanini”. Ha collaborato con solisti di fama internazionale come Giuliano Carmignola, Maurizio Baglini, Beatrice Antonioni e Josef Protschka. Svolge da diversi anni un profondo lavoro di ricerca nell’ambito della fisiologia violinistica e tiene numerose Master Class in Italia e all’estero. Prossimamente terrà una Master Class sul repertorio violinistico organizzata da Kalos di Hong Kong. Alcuni tra i suoi allievi sono stati vincitori di concorsi nazionali ed internazionali. Dal 2018 svolge inoltre un’intensa attività concertistica in ambito nazionale e internazionale con il Duo Grandi. Nel mese di Settembre 2024, è stato membro di giuria del 43° Concorso Internazionale di violino Rodolfo Lipizer e nell’ambito del Concorso ha tenuto una conferenza dedicata al violinista Yehudi Menuhin.

Laura Grandi
Triestina, ha iniziato lo studio del violino con il padre, diplomandosi con il massimo dei voti e la lode presso il conservatorio di musica A. Steffani di Castelfranco Veneto sotto la guida di Giuliano Carmignola. È stata premiata fin da giovanissima in numerosi concorsi nazionali ed internazionali, sia violinistici che di musica da camera, tra i quali i concorsi F. Schubert (1° premio assoluto), J. Brahms (1° premio assoluto), C. Schumann (1° premio assoluto), Riviera Etrusca (1° premio), W.A. Mozart, Città di Stresa, C. Togni, Nuovi Talenti, Alpe Adria e la Rassegna Nazionale di Vittorio Veneto. Ha tenuto concerti in Italia, Austria, Giordania, Ungheria, Bulgaria e Slovenia, sia come solista, con orchestre sinfoniche e da camera, che in duo con pianoforte e duo violinistico. Ha frequentato corsi di perfezionamento tenuti da Franco Gulli, Federico Agostini, Trio di Trieste, Stefan Gheorghiu, Trio Lorenz. Ha registrato per la RAI ed inciso come solista per la Quadrivium. Nel 2018 e nel 2019 ha partecipato con il Duo Grandi al Mantova Chamber Music Festival Trame sonore. É stata inoltre invitata a far parte di giurie di concorsi nazionali ed internazionali. Oltre all’attività concertistica e didattica si dedica alla composizione sia in ambito violinistico che per orchestra. È docente di violino presso l’Accademia Musicale “Città di Gorizia” e prossimamente terrà un Master Class violinistico presso “I Creation” di Hong Kong. Suona un violino Mattia Albani del 1701.

Venerdì 6 febbraio ore 17.00 – 18.30
Ingresso libero

Aṣṭāṅga Yoga: Suggestioni di una disciplina complessa tra Oriente e Occidente
Tradizione, filosofia e mercato globale: comprendere lo yoga oltre i luoghi comuni

Elena Guerra e Andrea Vacchi dialogano con gli autori Michele Fabbri e Beatrice Pavasini

In un mondo in cui lo yoga è diventato tutto e il contrario di tutto – terapia per il mal di schiena, ricerca spirituale, fitness, mindfulness, persino benessere per animali domestici – il volume, edito da Mimesis nel 2024 e curato da Michele Fabbri e Beatrice Pavasini, Jamuna Prasad Mishra, Aṣṭāṅga Yoga. Insegnamento di un maestro indiano contemporaneo offre un punto fermo, una bussola culturale e filosofica per orientarsi nel caos del mercato globale del benessere.

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Il libro presenta l’insegnamento autentico di Jamuna Mishra, medico ayurvedico e guru bramino formatosi nella tradizione Advaita Vedānta, restituendone la voce con quella che i curatori definiscono “empatia ermeneutica”: un ponte culturale che permette al lettore occidentale di comprendere un percorso millenario senza banalizzarlo né adattarlo alle mode del momento.

Non un semplice manuale di posizioni, ma un testo che attraversa l’intero cammino dello yoga, dagli āsana alla meditazione, fino alla meta ultima del samādhi. Il volume affronta anche le sfide dell’incontro tra Oriente e Occidente, smontando facili parallelismi con neuroscienze e fisica quantistica e mettendo in guardia dal rischio di una globalizzazione culturale che appiattisce tutto in un’unica visione semplificata.

Tra aneddoti sorprendenti — come la storia del tappetino da yoga diventato oggetto di culto in un mercato da miliardi di dollari — e riflessioni profonde sui poteri (siddhi) attribuiti dalla tradizione, il libro invita a riscoprire lo yoga come disciplina complessa, radicata e trasformativa, ben oltre le derive commerciali contemporanee.

Approfondimento

Michele Fabbri, Beatrice Pavasini e Jamuna Mirsha


Jamuna Prasad Mishra, Aṣṭāṅga Yoga Insegnamento di un maestro indiano contemporaneo.

A cura di Michele Fabbri e Beatrice Pavasini

(Mimesis Edizioni, 2024)

Lo yoga oggi è tante cose diverse, a seconda di cosa si cerca e di come lo si pratica. Si va dall’ approccio terapeutico (il classico rimedio per il mal di schiena), a quello spirituale per chi pratica la meditazione o per chi ricerca un rapporto con il divino che non si identifichi necessariamente con la fede di una Chiesa. E le tante altre declinazioni che la pratica di questo metodo offre: la tranquillità della mente, la  consapevolezza di sé, la buona forma fisica e l’agilità, un buon rapporto con il partner, con gli altri, fino a quello con i propri animali domestici.

Tante sono le pratiche, tanti i metodi, tante le scuole.

Il libro “Aṣṭāṅga Yoga. Insegnamento di un maestro indiano contemporaneo” spiega e insegna l’Aṣṭāṅga Yoga, che letteralmente significa le otto parti, dello Yoga, un metodo cioè costituito da otto parti. E’ uno dei metodi più antichi, diffusi e conosciuti.

Questo non vuol dire che sia il “migliore” il “più tradizionale” e che gli altri siano inferiori (almeno quelli proposti dalle scuole più serie). E’ un metodo che ha la caratteristica di essere codificato in tanti testi scritti nel corso dei secoli, e che consente quindi a chi pratica, o intende farlo, di valutare e collocare le proprie scelte in un quadro di riferimento chiaro.

I curatori pensano che questo sia importante perché oggi i praticanti o chi è interessato si trova spesso subissato dall’offerta di un “mercato” enorme e incontrollato che propone anche le cose più strane.

Come riconoscere lo yoga “corretto” fra le tante proposte, spesso bizzarre, che si incontrano? e la mia pratica si colloca nella “giusta tradizione”?

C’è un piccolo esempio riportato nell’introduzione che forse più di altri fornisce un’idea di cosa è accaduto quando lo Yoga ha incontrato il mercato: riguarda un elemento della pratica che diamo per scontato: il tappetino. “ Il tappetino che tutti usiamo serve per non scivolare durante gli āsana e segna il nostro territorio nello spazio della classe, ma ha anche il significato simbolico di separazione dallo spazio quotidiano di un territorio dedicato a un rituale fisico e spirituale, e può addirittura assurgere a status symbol.

Nei tempi antichi, come narrano immagini e testi della tradizione come la Bhagavadgītā, lo yoga meditativo veniva praticato in India sull’erba kusha, su terra nuda, o su una pelle di antilope o tigre. Nel 1982 Angela Farmer, insegnante di yoga secondo un metodo da lei messo a punto dopo essere stata allieva di Iyengar, cominciò a utilizzare in Germania durante le lezioni un sottostrato morbido e antiscivolo per moquette, tagliato a misura di asciugamano. Tornata a casa a Londra

si rivolse al produttore tedesco del materiale e divenne il primo rivenditore di tappetini antiscivolo per yoga. Negli anni Novanta la ditta Hugger Mugger yoga products sviluppò una propria linea di  produzione, e da allora lo troviamo insieme a tanti altri accessori e abbigliamento in un mercato che oggi vale 31,3 miliardi di dollari con un tasso annuo di crescita del 6%, di cui i tappeti rappresentano il valore di circa 13 miliardi di dollari. Il valore totale del mercato ha raggiunto nel 2022 i 105,9 miliardi di dollari ed è previsto arrivi fra cinque anni a 180, mentre l’indotto del turismo e benessere (ritiri, viaggi, workshop) raggiungerà quest’anno i 915 miliardi di dollari”.[pag 13-14]

L’insegnamento riportato nel libro è quello di Jamuna Mishra, medico ayurvedico e naturopata discendente di una famiglia di guru bramini; vive a Khajuraho e insegna in numerosi Paesi. Si è formato nella tradizione Advaita Vedānta, forse la più importante e diffusa scuola filosofica “ortodossa” dell’India, e l’Aṣṭāṅga Yoga che insegna è precisamente collocato all’interno di questa “filosofia”.

Questo, sottolineano i curatori, aiuta i praticanti occidentali a orizzontarsi, collocando l’insegnamento rispetto alla fonte (un guru bramino) in un quadro filosofico strutturato e coerente (l’ Advaita Vedānta).

Il testo nasce dalla pratica dei curatori dei corsi di Aṣṭāṅga Yoga tenuti da guru Jamuna Mishra nel corso di numerosi anni.

Qual è la posizione dei curatori rispetto all’insegnamento? affermano i curatori: “bisogna tenere presente che tutta l’esperienza di vita di Jamuna si è svolta all’interno della cultura indiana, mentre noi abbiamo incorporato dalla nascita aspetti culturali e simbolici completamente differenti. Il testo che avete fra le mani cerca di renderla al lettore il più fedelmente possibile. Sul piano personale potremmo definire la nostra posizione come un’ ‘empatia ermeneutica’. Pensiamo cioè che esista un ‘ponte’ che ci consente di porci in relazione empatica con l’insegnamento di Jamuna, di coglierne la portata, intuirne le implicazioni, capire il senso del percorso”.

Il testo non è un semplice manuale di posizioni con annessi benefici salutistici, anche se tutte le posizioni (āsana) sono spiegate e illustrate, così come le altre pratiche che riguardano la respirazione, la concentrazione, la meditazione cc: è un testo di Yoga che affronta tutta la complessità del percorso fino alla ultimativa tappa della cessazione del doloroso ciclo della reincarnazione (samādhi).

C’è infine un aspetto che i curatori sottolineano nella loro introduzione: porsi davanti a un insegnamento di questo tipo, con la posizione di chi, appartenendo a un’altra cultura “registra fedelmente”, comporta problemi e difficoltà, ma anche sfide interessanti. Ad esempio, per Jamuna, ma è così per tutte le tradizioni dell’India e dell’Oriente, approfondendo la pratica dello Yoga si sviluppano particolari poteri (le siddhi) che spaziano dal poter volare a sentire e vedere a distanza, vedere le proprie vite precedenti, ecc… E’ proprio così, e siamo ben oltre l’ obiettivo di ottenere una buona forma fisica o la tranquillità interiore.

Anche sul piano scientifico, la sfida è molto interessante. Ci sono ad esempio – secondo i curatori – due campi della scienza “di frontiera” che spesso vengono proposti banalizzando l’incontro fra la nostra cultura e quella delle filosofie dell’Oriente: le neuroscienze e la fisica quantistica. “In fin dei conti diciamo la stessa cosa” è la posizione molto diffusa. [ pagg 58-72]. In realtà le cose sono molto diverse.

L’invito dei curatori è a non voler cercare a tutti i costi analogie e convergenze fra due mondi, che in realtà sono – e per fortuna, secondo i curatori – molto lontani. Il rischio, altrimenti è una “globalizzazione culturale” in cui la visione razionalista scientifica, banalizzata, ingloba tutto dentro di sé.

Venerdì 13 febbraio ore 17.00 – 18.30
Ingresso libero

I morti senza pace della Grassigna

Interviene il giovane storico Paolo Visintin

Il Cimitero della Grassigna, l’antico cimitero della città di Gorizia, rappresenta un luogo segnato da ferite profonde e dolorose.
Qui, neanche i defunti hanno potuto trovare la pace. Profanato dalle devastazioni della guerra e dall’azione della natura, è testimone ormai perduto delle trasformazioni di un confine.

Venerdì 20 febbraio ore 17.00 – 18.30
Ingresso libero

Le lingue del Goriziano: dialoghi su alcune pubblicazioni di ultima uscita
Borc San Roc 37
Costumanze Goriziane

Intervengono Vanni Feresin, Matej Tratnik, Matej Šekli, Luca Olivo, Andrej Drosghig

Presentazione della rivista storica plurilingue Borc San Roc 37 e della monografia in italiano, sloveno e friulano Costumanze Goriziane di Vanni Feresin: un libro che attraversa i mesi dell’anno,  riportando alla luce le tradizioni di Gorizia e del Goriziano che sono scomparse e ricordandoci quelle che resistono ancora oggi, con la traduzione in sloveno di Matej Tratnik e quella in friulano a opera di Luca Olivo.

Approfondimento

Venerdì 27 febbraio ore 17.00 – 18.30
Ingresso libero

Luigi Faidutti un testimone della fede e della giustizia sociale

Il giornalista Ivan Bianchi intervista il professor Ferruccio Tassin

Presentazione della terza edizione dell’opera monumentale di Paolo Caucig, sacerdote udinese e studioso della figura di monsignor Luigi Faidutti, figura centrale del cattolicesimo goriziano, friulano e mitteleuropeo tra fine Ottocento e primo Novecento: promotore dell’associazionismo cattolico, di iniziative sociali e protagonista del dibattito su identità linguistiche e convivenza nazionale nella Contea di Gorizia e Gradisca.
Operò tra Gorizia, Vienna e Kaunas, in Lituania, svolgendo funzioni di Nunziatura. Morì a Königsberg nel 1931.

Approfondimento

Venerdì 6 marzo, 17.00 – 18.30
Ingresso libero
Evento speciale dedicato alla Festa della Donna

Né serva né padrona.
Confessione buffa sulle donne della Commedia dell’Arte

Presentazione dell’omonimo libro-spettacolo con performance dell’autrice-attrice Claudia Contin Arlecchino, proiezioni e musica di Luca Fantinutti

Porto Arlecchino

Porto Arlecchino è un progetto che nasce da più incontri: innanzitutto tra due artisti poliedrici e complementari come Claudia Contin Arlecchino e Luca Fantinutti. Ma anche tra teatro e musica e artigianato artistico per il mondo teatrale, portando profonde esperienze professionali in laboratori teatrali e atelier artistici improntati su una rigorosa didattica.

È “fare teatro” che affonda le proprie radici nella Commedia dell’Arte, e ha dato vita a nuove forme espressive come la Tragedia dell’Arte.

Né serva né padrona

Un INCONTRO che accompagna una pubblicazione e uno spettacolo teatrale, con Claudia Contin Arlecchino che dialoga con il pubblico nella duplice veste di autrice e attrice, regalandoci la sua coinvolgente energia interpretativa, accompagnata dalle musiche e dalle immagini di Luca Fantinutti.

Né serva né padrona racconta una storia di emancipazione femminile poco conosciuta, che affonda le sue radici nella Commedia dell’Arte nel XVI secolo, quando la “donna in scena” era un’eresia condannata dalla Chiesa.
Le “Fraternal Compagnie di Commedia dell’Arte” furono le prime a contravvenire a questa esclusione, portando a calcare il palcoscenico straordinarie figure femminili: tra queste  l’indimenticabile attrice letterata Isabella Andreini e la cantante e musicista Adriana Basile.

In una sorta di Confessione-Buffa, l’attrice Claudia Contin Arlecchino – che nella sua carriera teatrale “convive” da sempre con il carattere di Arlecchino –  si “spoglia” sulla scena dei suoi panni maschili e ci invita a scoprire la sua filosofia autoironica sulla femminilità e i segreti del mestiere delle “comiche”, cominciato molti secoli fa come una vera e propria rivoluzione culturale. Un inno alla libertà e all’indipedenza della donna, ancora oggi di straordinaria attualità.

IL LIBRO: https://www.portoarlecchino.com/2024/02/28/ne-serva-ne-padrona/
LO SPETTACOLO: https://www.portoarlecchino.com/2024/03/01/ne-serva-ne-padrona-confessione-buffa-sulle-donne-della-commedia-dellarte/

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