Quelle tessere del nonno Pietro venute dalla Mitteleuropa
Si ringrazia per la gentile collaborazione William Bertoia, fondatore di Friul Mosaic.
“Non ho conosciuto mio nonno Pietro. Morì due anni prima che venissi al mondo.
Rimasto orfano dei genitori, a nove anni partì per l’Austria con il fratello maggiore.
A undici, cominciò a intraprendere con lui il mestiere di mosaicista e terrazziere nei Paesi della Mitteleuropa. Del suo lavoro rimasero nel sottoscala di casa alcuni sacchetti di tessere musive, con cui giocavo spesso da bambino, fantasticando. Questa è stata l’eredità più preziosa della mia vita. La scintilla che ha acceso il mio futuro.”
Quello con William Bertoia è l’ultimo appuntamento nei quattro territori del Friuli Venezia Giulia esplorati con il progetto “Humus. Genius. Nexŭs”. Come per una trama geniale del destino, si rivelerà l’incontro perfetto per illuminare con una luce concreta e vissuta quel rapporto territorio-cultura-creatività-impresa che è stato il filo conduttore della nostra indagine. Ma anche per esprimere in modo esemplare quella connessione tra sapere, saper fare e voler fare che è il lievito di ogni attività umana capace di lasciare un segno profondo.
Nato a San Giovanni di Casarsa nel 1943, William Bertoia è il fondatore di Friul Mosaic, azienda artigianale per la produzione di mosaici artistico-decorativi, avviata a San Martino al Tagliamento nel 1987 e dal 2012 guidata dalle figlie Tiziana e Barbara e da Natalina Querin. Con una trentina di collaboratori, Friul Mosaic è già da molti anni una realtà leader nazionale del settore, con numeri e portfolio eccezionali in questo campo, dove operano in genere ditte individuali o microimprese.

Per gentile concessione di Friul Mosaic
“Friul Mosaic nasce nel 1987, ma la mia passione per il mosaico viene dalla mia infanzia, dal piccolo tesoro del nonno Pietro scovato nel sottoscala. Non è un caso che da ragazzo abbia scelto proprio la Scuola Mosaicisti del Friuli, terminando gli studi una sessantina di anni fa… Poi le circostanze della vita mi hanno allontanato dal primo amore: sono stato rappresentante, gestore di bar, per due anni sommelier a Villa Manin, ho avviato una mia attività di ristorazione… Finalmente il fuoco sacro, che ardeva dentro, mi ha riportato sulla rotta del destino. Nel 1981 ho aperto la mia ditta individuale come mosaicista. Nel 1987 la Società, con allora solo due dipendenti.”
William Bertoia non rimpiange la lunga parentesi “extra musiva”: l’ha colta e vissuta come una essenziale esperienza di formazione. “I vari impieghi nel campo dell’enogastronomia mi hanno insegnato a confrontarmi e a relazionarmi con i clienti, a comprendere innanzitutto ciò di cui hanno bisogno. Per fare impresa bisogna sviluppare anche una mentalità commerciale. Bisogna voler e saper muoversi nel mondo. Promuovere la propria attività. Partecipare a fiere, eventi di settore. Incontrare architetti e imprese. Ricordare che i mosaicisti esistono ancora, non si sono estinti come pensava qualcuno, o che le tessere non si pitturano a mano, come credeva qualcun altro. Il rischio principale del mosaicista, soprattutto di chi opera esclusivamente per conto terzi, è quello di rinchiudersi e implodere nella propria nicchia artigiana o, peggio ancora, di coltivare velleità artistiche lontane dalla realtà, magari senza il pedigree del fenomeno.”

Per gentile concessione di Friul Mosaic
Quello che colpisce di William Bertoia è l’approccio realistico e, insieme, umanistico alla vita e al lavoro. Ci spiega come per sopravvivere e crescere, sia importante “ingegnerizzare l’artigianato”, prevedere lo sviluppo della commessa nelle sue fasi successive e il perfetto coordinamento tra i vari attori che contribuiscono alla composizione: il progettista, il mosaicista e il posatore.
“Nel tempo dei Bizantini, quando le tessere erano posate in loco a una a una, la questione si risolveva tra il pictor imaginarius e il magister musivarius. Con l’introduzione della tecnica su carta a rovescio e la necessità di preparare i fogli a distanza, per realizzazioni più “veloci” nei luoghi più lontani del pianeta, il rilievo in cantiere e la correlata posa sono diventati sempre più strategici. È indispensabile fare bene i conti. Procedere con accurati rilievi sul posto. Prendere le misure al millimetro. Prevedere le soluzioni precise per gli angoli. Calcolare le variazioni in eccesso per i rivestimenti musivi sull’esterno di una cupola o quelle in difetto per gli interventi all’interno… Prima di preventivare e produrre bisogna mappare l’opera, sia per una stima corretta dei costi, sia per non rendere la vita difficile a chi verrà dopo di noi. Anche l’organizzazione logistica è sempre più critica: vanno calcolate le dimensioni più appropriate dei fogli per garantire una posa efficiente, o dei pacchi per ottimizzare gli oneri di spedizione. Non possiamo permetterci il lusso di commettere errori quando si lavora tra San Martino al Tagliamento e New York. Per dirla all’americana ‘do it right the first time’ è il nostro motto e soprattutto è il nostro passaporto per la sopravvivenza.”

Per gentile concessione di Friul Mosaic
Questa mentalità imprenditoriale, di visione d’insieme del processo produttivo, si sposa in William Bertoia con la viva passione per la creatività artigianale. Mentre evoca il disciplinato convergere e armonizzarsi dei contributi parziali dei singoli mosaicisti, ci ricorda come il rispetto e l’ascolto dovuti alla committenza, convivano con la possibilità di orientarla e di esaltarne l’opera con le qualità specifiche dell’arte musiva. “A volte ci capita semplicemente d’indirizzare architetti e designer verso soluzioni meno affascinanti ma più pratiche o sicure: per esempio evitare spigoli vivi o pavimenti taglienti in materiale vitreo, per vasche o piscine. Per fortuna, quasi sempre abbiamo lo spazio per aggiungere valore con i nostri propri strumenti. È qui che la τέχνη (tékne) si esprime nelle sue due accezioni, quella moderna di ‘tecnica’ e quella greco-antica di ‘arte’. Pensiamo soltanto all’incredibile varietà cromatica offerta dagli smalti veneziani. Tremila colori! Per le sole carnagioni disponiamo di una ventina di tinte, con 4 o 5 tonalità per ogni tinta. Diversamente, lavorando con le tessere di marmo, possiamo giostrare ‘solo’ una quarantina di colori. A seconda della strada praticata – mosaici vitrei o lapidei – della superficie e della forma dell’opera, della destinazione d’uso, dei punti e delle distanze di visione, il mosaicista deve immaginare e poi gestire una miriade di variabili: dalle dimensioni delle tessere, alle tinte e tonalità da impiegare in ogni sfumatura. Qui conoscenza, esperienza e competenza convergono, trasformando il nostro lavoro in un mestiere d’arte.”

Per gentile concessione di Friul Mosaic
La facilità con cui William Bertoia spiega processi complessi rivela quella padronanza della materia che ha contribuito alla longevità e al successo di Friul Mosaic, capace di conquistare in trentasei anni di vita il mercato planetario: “Per lavoro ho girato una cinquantina di Paesi in tutto il mondo. Oggi solo il 10/15% delle nostre realizzazioni finisce in Italia. Il resto è sparso in tutti i Continenti. Ci siamo cimentati e ci cimentiamo con le opere più svariate e complesse: da un centro commerciale a Kyoto, al monumentale rivestimento di duemila metri quadrati della cupola della grande Basilica di Aparecida nello Stato di San Paolo in Brasile, dalle Boutique Dolce&Gabbana di Parigi e di Venezia, al recentissimo Bulgari Hotel di Roma. La nostra attività, proprio per la sua vocazione cosmopolita, è diventata una sorta di termometro geopolitico. Abbiamo risentito drammaticamente degli effetti della prima guerra del Golfo, con un azzeramento degli ordini dai Paesi arabi quasi fino al 2002. Come altri siamo stati favoriti dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, che ci ha spalancato le porte di mercati prima inesistenti, dalla Russia al Kazakistan, dove abbiamo visto crescere le surreali architetture della nuova capitale Astana. Siamo stati colpiti dalla crisi finanziaria del 2008, con un drastico calo di commesse negli Stati Uniti.
Il mio lavoro mi ha portato nel mondo per affari, ma ho colto ogni minuto libero per scoprire altre culture, altre espressioni artistiche, altri stili di vita, e anche tante curiosità che riguardano il nostro mestiere. A San Pietroburgo, per esempio, ho scoperto che i mosaici della cattedrale di San Isacco sono stati applicati con la tecnica a rovescio, proprio nel periodo in cui questa veniva brevettata a Parigi (23 marzo 1858) dal mosaicista friulano Giandomenico Facchina. Era là già praticata prima, in modo indipendente, o forse questa concomitanza temporale discende dai fertili rapporti culturali tra Russia e Francia in quel periodo, ricordando che la chiesa fu progettata dall’architetto francese August Montferrand? Una questione intrigante, che meriterebbe approfondimenti, e stimola la mia passione di lettore (ndr: e anche di autore) di gialli.
Certi luoghi scoperti con il lavoro, hanno poi fatto breccia nel mio cuore: come il Kenya, dove abbiamo contribuito a realizzare il ‘Cammino della salvezza’ nel Resurrection Garden di Nairobi. Qui ritorno ogni anno con mia moglie per dare una mano a una missione locale. Qui, immersi nell’assoluto bisogno, comprendiamo quanto sia importante vedere il mondo dall’interno, per cercare almeno d’interpretare onestamente i fenomeni del nostro tempo, come le migrazioni.”
La passione per i viaggi e la scoperta, non mina la “radicale” friulanità di William Bertoia, sembra invece quasi esaltarla, come spesso accade in chi riconosce la bellezza e la peculiarità della propria terra, nella ricca e variegata cornice di altre esperienze. Una terra predestinata al mosaico: a metà strada tra Aquileia con le sue tessere lapidee, e la Serenissima con i suoi vetri e i suoi ori ereditati da Bisanzio, e quegli smalti veneziani che rincorrono tutti i colori del mondo. Una terra dove i fiumi hanno portato e continuano a portare la materia prima nelle mani abili dei mosaicisti, per restituirla a nuova vita. Il Meduna, il Cellina, il Cosa e il “fiume bianco”… Traspare emozione quando Bertoia racconta del Tagliamento, del Tiliment, l’aga che separa-unisce il Friuli Centrale da quello Occidentale, e dove ha ambientato il romanzo Rosa e noir sul grande fiume.

Per gentile concessione di Friul Mosaic

Qui, invece, molti anni prima, il bambino William aveva cominciato a conoscere altri colori, quelli dei sassi: quei grigi, quei neri, quei rossi, quei verdi che, quando capita l’occasione, rinascono anche nelle realizzazioni di Friul Mosaico. E soprattutto quel bianco, quasi assoluto come la calce, il bianco del cogul che i Maestri friulani distribuivano con tocchi d’inarrivabile sensibilità nei loro terrazzi, per creare “centri di gravità” capaci di catturare anche la luce più fievole.
Prima di congedarci da questa intervista che ci ha regalato idee e immaginazione, pongo un’ultima domanda sui giovani che intraprendono oggi questo lavoro e sui consigli che lui darebbe per affrontarlo nel migliore dei mondi. “I giovani di oggi sono come quelli d’ieri. C’è chi ama quello che fa. Chi tira semplicemente a campare. Non pretendo di avere ricette particolari per loro. Solo qualche suggerimento. Un po’ di predisposizione artistica, soprattutto verso il disegno, fa sicuramente bene. Ma poi bisogna studiare e non smettere di farlo. Artisti si nasce, tecnici si diventa, giorno dopo giorno. Bisogna assimilare metodi e tecnologie, sperimentarli, combinarli senza paura con creatività, perché il nostro lavoro non è mai eguale a sé stesso. Bisogna conoscere i materiali: i vetri, le pietre, i marmi. Saper confrontarsi con gli altri, magari imparare le lingue, perché i mosaici attraversano il mondo. Munirsi degli strumenti culturali per dialogare alla pari con artisti, architetti, designer… E, il più possibile, dedicare il proprio tempo libero, magari le proprie vacanze, per visitare e toccare con mano i grandi siti artistici e archeologici. Lì, contemplando testimonianze d’intatta bellezza che hanno attraversato i secoli e, a volte, i millenni, possiamo veramente comprendere e sentire che il nostro mestiere antico è proiettato nel futuro. E questa è una buona ragione per continuarlo.”
A completare questo articolo proponiamo una galleria di alcune realizzazioni di Friul Mosaic, che ormai da anni opera in un mercato planetario, con commesse che spesso impongono ardite sfide tecniche e creative.








