Dall’Herzogstuhl a Maria Saal: viaggio mitteleuropeo nel cuore della Carinzia
L’interno della Pfarrkirche Mariä Himmelfahrt, la “chiesa parrocchiale di Maria Assunta in cielo” di Maria Saal
La pulce all’orecchio me l’aveva messa il professor Giulio Maria Chiodi, condividendo una curiosità ardente per quei luoghi che condensano intrecci di popoli e di culture. Luoghi che, per la loro natura d’intersezione e di sintesi, sono insieme nodi e fari che illuminano la complessità della storia. Sono tessuto dinamico e crogiolo temporale: d’incontri e di scontri, di andate e ritorni, di sovrapposizioni e fusioni di civiltà, lingue, riti, tradizioni…
Tra questi, quasi paradigma del Distretto Culturale GOMosaico, mi aveva infatti segnalato un sito della Carinzia dove un eccezionale monumento testimonia i profondi legami tra questa regione dell’Austria e la contea di Gorizia: un posto, a suo ragionevole dire, che meriterebbe una menzione in Kadmos per i suoi molteplici significati. Eccoci qua, dunque.
Il monumento si chiama Herzogstuhl, in sloveno vojvodski prestol o vojvodski stol, in italiano “trono del duca”, e si distingue per la caratteristica doppia seduta. Protetto da un’austera cancellata, sta assiso sulla piana di Zollfeld (“campo della dogana”), non distante da Karnburg e ai piedi del vicino colle coronato dal Duomo-Santuario di Maria Saal: un gioiello con pochi eguali in Austria sia come meta della fede, sia per la sua stratificazione artistica.

Posta a una decina di chilometri a nord del capoluogo Klagenfurt, la piana di Zollfeld è il cuore sacro e storico della Carinzia e attesta come questa regione, al pari della Contea di Gorizia e con essa in stretta relazione, sia stata un crocevia di civiltà.
Appena a nord-est dell’Herzogstuhl s’eleva il Magdalensberg, il monte che accoglie gli scavi archeologici forse più importanti dell’Austria: quelli della romana Virunum, fondata nel I secolo dall’imperatore Claudio, nel quadro dell’espansione irradiata da Aquileia che ne fu modello di riferimento (https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/magdalensberg-a/).
Il seme romano di Aquileia, dunque, attecchì su questa fertile pianura, lasciando tracce durature che, come vedremo, ammantano anche il Duomo-Santuario di Maria Saal.
Qualche secolo dopo, nell’Alto Medioevo, un altro passaggio segnò profondamente questo territorio: quello dei Carantani, un gruppo etnico-sociale slavo che, tra il VII e l’VIII secolo, avrebbe qui dato origine a una sorta di principato, poi entrato nella sfera d’influenza germanica dei Bavari e dei Franchi e sviluppatosi in seno al Sacro Romano Impero: prima come Marca di Carinzia (dal 889), poi come Ducato di Carinzia (dal 976). I Carantani sono considerati gli antenati degli Sloveni, in particolare quelli del nord della Slovenia e della Carinzia meridionale, che ancora oggi conta una cospicua minoranza slovenofona di circa dodicimila persone. La loro antica capitale doveva trovarsi dov’è oggi Karnburg, che trattiene nel suo nome la radice “kar”. Si trattava, probabilmente, di una comunità qui stabilizzata, ma che lasciò tracce delle sue migrazioni anche più a occidente. Nel centro storico della mia città, Pordenone, una delle più remote testimonianze di presenze umane è la necropoli altomedioevale (IX-XI secolo) venuta alla luce negli anni Novanta davanti a Palazzo Ricchieri, comprendente un gruppo di scheletri di probabili contadini carantani. Emoziona scoprire questi legami sotterranei, sepolti nella madre terra e nella notte del tempo, cordoni ombelicali quasi dissolti che avvicinano lontananze, talora rimettendo in discussione le nostre stesse origini, confondendo la nostra cosiddetta “identità”.
Ma torniamo ai piedi dell’altura di Karnburg. Siamo nell’Alto Medioevo slavo, in un punto preciso della piana di Zollfeld, quando questa si chiamava ancora Gosposvetsko polje: “campo del signore”. Qui si trovava la Knežji kamen, “pietra del Principe”, oggi conservata nel Landesmuseum Kärnten di Klagenfurt. È la base capovolta di una colonna romana, riciclata dai Carantani per l’investitura del loro “principe”: il knez. Il rito, affidato a un rappresentante del popolo, era inizialmente espressione di una comunità tribale, con una struttura orizzontale e partecipata.

Con la germanizzazione e la cristianizzazione, il titolo slavo di knez fu soppiantato da quello di herzog, “duca”, la carica cominciò a configurarsi nella geometria gerarchica del Sacro Romano Impero. In questa cornice più ampia, anche il rituale d’investitura finì per cambiare. Alla cerimonia del Knežji kamen, che continuava a sancire il consenso del popolo, si affiancò poco distante quella dell’Herzogstuhl: il trono con duplice seduta costruito con lastre e blocchi di pietra provenienti dalla romana Virunum.
Nella seconda parte della cerimonia, il neoeletto duca di Carinzia si sedeva sull’Herzogstuhl insieme al conte palatino di Carinzia: una dignità nobiliare oltre la semplice funzione di vassallo. Si trattava, infatti, di un ufficiale o vicario legato al “palazzo” imperiale (da cui “palatinum”) che esercitava poteri giudiziari supremi in nome dell’imperatore, diventandone in certa misura rappresentante e garante nel ducato di Carinzia, con un rango quasi pari a quello ducale. Tra i conti palatini di Carinzia figurano i conti di Gorizia, come accadde nel 1286, quando nell’insediamento del duca carinziano Mainardo IV di Tirolo‑Gorizia lo affiancò, come conte palatino, il fratello Alberto I di Gorizia.

L’Herzogstuhl, con la sua potenza simbolica, ci racconta dunque sia dei profondi legami di Gorizia con la Carinzia, sia la storia complessa di questo Länder austriaco, anch’esso punto d’incontro dei mondi latino, slavo, germanico. Un’affinità elettiva e un destino che avvicinano Gorizia-Gorica-Görz-Gurize alla Carinzia- Kärnten-Koroška-Carintie.
Nei secoli a venire il rito d’investitura ducale fu trasferito sul vicino colle dove sorge la Pfarrkirche Mariä Himmelfahrt, la “chiesa parrocchiale di Maria Assunta in cielo”: il Duomo-Santuario destinato a diventare la chiesa madre e il cuore spirituale e identitario della Carinzia, meta di pellegrinaggi da tutta l’Austria, dalla Slovenia e dal vicino Friuli.
Varcare le mura che cingono questa fortezza della fede significa entrare in una bolla del tempo, in un silenzio antico che racconta la Mitteleuropa. Il sagrato è abbracciato da un complesso architettonico e artistico poliedrico. La chiesa gotica concilia le preesistenze romaniche con le cupole barocche delle due torri campanarie. La slanciata Lichsäule, la “colonna della luce”, fiammeggia al centro di questo assorto spazio sacro.
Ovunque è posata una preziosa patina di manifattura continentale, come quella delle migliaia di lastre d’ardesia sugli spioventi della chiesa e sulla cupola dell’ossario, detto “tempio dei pagani” per la sua insolita forma moresca.
Anche l’interno colpisce per la molteplicità di stili risolti con quella mirabile unità che, in questa parte d’Europa, accorda lo slancio gotico con le esplosioni auree degli altari barocchi e dei flügeltar di legno scolpito policromo dei maestri austriaci: storie fitte di moltitudini che trasfigurano dal Medioevo al Rinascimento.
Sulle volte della navata centrale gli affreschi dell’Albero di Jesse raccontano la genealogia di Gesù. Nel coro l’Adorazione dei Magi, la Strage degli innocenti e la Fuga in Egitto di un anonimo frescante friulano ci appaiono quasi come una fiaba cavalleresca, sospesa tra mondo nordico e mondo romanzo.

A riportarci con i piedi per terra è un sarcastico (e brutto) affresco del 1928 di Herbert Boeckl, con Gesù che salva Pietro dalle acque. L’opera conferma lo spirito “ecumenico” di questa chiesa: l’apostolo ha infatti le fattezze del comunista Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio noto come Lenin. Come dire che Gesù, nella sua bontà infinita, ha un occhio di riguardo per tutti!
La vocazione mitteleuropea di questo luogo ponte tra culture si rivela tuttavia con la massima intensità quando il sole del mattino illumina radiosamente la fiancata sinistra dell’edificio, risaltando i segni di una straordinaria parata di lapidi e bassorilievi.
Accanto a pregevoli opere più recenti, come la plastica Incoronazione della Vergine di Valkenauer del 1515 c., emergono tre bassorilievi romani che provengono dalla notte di Virunum. E per un istante la chiesa di Maria Saal diventa uno scoglio di Mediterraneo austriaco, sopra un golfo di correnti marine che provengono dai lontani lidi del mito greco-romano.
Uno ci riporta all’Iliade, con Achille che trascina il corpo di Ettore. Un altro rievoca l’origine di Roma, con una lupa meno ieratica di quella capitolina, volta teneramente verso Romolo e Remo. Ma è un terzo, soprattutto, a catturare la nostra attenzione. È noto come Il carro postale, ma è ritenuto una rappresentazione del viaggio verso l’aldilà. In questo crocevia cristiano di passaggi, non manca una riflessione pagana sul transito finale. Il movimento solenne dei cavalli sembra un presagio di non ritorno. La finestra aperta della carrozza lascia intravedere una persona, avvolta dall’ombra, che trattiene tra le mani un disco, osservandolo ripiegata su sé stessa. È sola, davanti allo “spavento supremo”.








