A Belgrado: da Savamala a Zemun, dove i Balcani incontrano la Mitteleuropa
Il Danubio è per antonomasia il fiume della Mitteleuropa. Sulle sue rive l’Europa di mezzo ha costruito la sua civiltà e fatto fiorire tre sue capitali: Vienna, Bratislava, Budapest. Va tuttavia ricordato come il Danubio sia anche un fiume balcanico, nel toccare una quarta capitale, Belgrado, e nel suo successivo scorrere attraverso la Serbia e la Bulgaria, prima di “perdersi” per più di un terzo dei suoi 2.860 chilometri nei vasti spazi rumeni, bagnando centri di discrete dimensioni come Galați, Brăila e Tulcea, i cui nomi poco dicono al nostro immaginario. Questo fiume, concreto e insieme mitico, si fa notare quasi con civetteria nella prima metà del suo corso, attraversando città e luoghi simbolo della storia, dell’arte e della fede in Europa. Poi, a un certo punto, sembra uscire di scena, come un vecchio attore famoso svanito nell’anonimato, di cui si siano perse le tracce.

Chi non ha mai sentito nominare Ratisbona, Passau, la Wachau con l’Abbazia di Melk, Visegrád, Esztergom, Novi Sad? Chi, diversamente, ricorda qualche località danubiana a sudest di Belgrado, che non siano le Porte di Ferro con la tabula traiana o l’immenso delta di questo fiume, protagonista di documentari naturalistici di taglio quasi amazzonico e anche di qualche opera cinematografica crepuscolare, che aspira a raccontare mondi duri e alienanti, quasi metafisici?
È strano il destino del Danubio: più diventa imponente, più sembra voler annegare la memoria di sé, dilatando la visione che ne abbiamo, sino a renderla indistinta, marginandola (o emarginandola) con grigie banchine di porti anonimi di anonime città fluviali.
È a Belgrado che il Danubio vive la sua metamorfosi e, insieme, la sua apoteosi, paragonabile a quella di Budapest, anche se più periferica e inafferrabile. Qui, in questo luogo cruciale della geografia e della storia, la Mitteleuropa si mescola con i Balcani, e il bel Danubio, già blu, diventa soglia liquida delle misteriose pianure degli invasori orientali.
Dall’alto della Fortezza di Kalemegdan, protagonista di assedi e guerre che si dice abbiano distrutto una quarantina di volte la “città bianca”, il Danubio regala uno dei panorami più celebri del Vecchio Continente. Da qui lo sguardo abbraccia il suo incontro con la Sava o, è più rispettoso dire, l’afflusso della Sava nel Danubio.

Va tuttavia riconosciuto che non è il Danubio, è la Sava il fiume di Belgrado. Il Danubio lambisce Belgrado. La Sava, invece, attraversa il cuore pulsante della città, abbraccia l’isola di Ada Ciganlija con la spiaggia amata dai belgradesi e i suoi scorci da sudest asiatico, con barconi e case galleggianti sprofondate in una sorta di giungla ripariale. La Sava, soprattutto, bagna e designa il quartiere di Savamala – “piccola Sava” – il cuore balcanico di Belgrado, brulicante di vita e dove sta per sorgere un avveniristico Waterfront, che suscita contrastanti opinioni per il suo impatto urbanistico e il rischio di gentrificazione di un quartiere ancora popolare e autentico.
A Savamala edifici Art Nouveau monumentali e fatiscenti convivono con casermoni socialisti “ingentiliti” da giganteschi murales lisergici, e con eleganti case balcaniche del XIX secolo. Nel quartiere di Kosančićev venac, strade quiete e ombrose salgono fino alla Fortezza, sfiorando la candida residenza della Principessa Ljubica, con il suo leggiadro balcone orientaleggiante e i suoi camini ottomani.

Oltrepassata la Sava sul Brankov Most, si conquista subito il Danubio, che per qualche chilometro si costeggia tra gli slapovi – i barconi festaioli che accolgono la vita notturna della città e rimbombano di turbofolk – e il quartiere residenziale di Novi Beograd, una Nova Gorica extra large retaggio della Jugoslavia di Tito. Dopo pochi chilometri di questi paesaggi alla Kusturica, inaugurati con Savamala, appare una visione fuori del tempo, che ci proietta in una dimensione inattesa della capitale serba.
Sul Danubio – qui solenne, luminoso e quasi “balneare” – si adagia la lieve collina di Zemun, con il suo lungofiume di decorose case ottocentesche, di ristorantini dall’aria gemütlich e verdeggianti caffè con dehors, dove regna un senso di calma appartata che diventa quasi invito alla meditazione, seduti davanti allo scorrere impalpabile del grande fiume.

L’atmosfera ha una sua ragione: dopo la vittoria dell’Austria sui Turchi nella battaglia di Petrovaradin del 1716, Zemun entrò a far parte dell’Impero asburgico, diventandone già nel 1746 città libera militare, staccata dalla Serbia. Solo nel 1884 fu costruito un ponte ferroviario sulla Sava che collegava Zemun a Belgrado. Nel 1918, con la fine dell’Impero austroungarico, la città fu annessa al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Nel 1934 fu congiunta a Belgrado, diventandone una municipalità, con una popolazione oggi di circa 166.000 abitanti.
Due secoli di storia a sé stante hanno contribuito a creare il “clima” di Zemun, con il suo tono urbanistico, la sua misura che rimanda allo stile di vita dell’Europa centrale, un’aria romantica, moderatamente festosa.
La città bassa, adiacente al lungofiume, è il suo cuore mitteleuropeo, che media tra il “sospeso” quartiere collinare e l’architettura brutalista della confinante Novi Beograd. La Gospodska Ulica, la Magistratski trg e la Veliki Trg, qui compongono un quadro animato, ordinato e garbatamente monumentale, con forti sentori di Austria-Ungheria.

Ma è solo sulla collina di Gardos che si coglie l’indecifrabile essenza di frontiera di Zemun. Inerpicandosi sulle ripide e silenziose stradine acciottolate, con le modeste case dai rossi tetti spioventi e i pali della luce ancora di legno, si conquista il luogo simbolo di Zemun: la “Torre del Millennio”, costruita nel 1896 per celebrare i mille anni di storia dell’Ungheria.
Guardandosi intorno, respirando l’aria sonnolenta da villaggio di questo luogo unico, mi viene naturale pensare a un’altra cittadina danubiana, poco a nord di Budapest, Szentendre, che fu meta di un’emigrazione di massa di serbi alla fine del XVII secolo, venendo modellata nel corso del tempo da questa comunità. Szentendre: un pezzo di Serbia in Ungheria. Zemun: un pezzo di Austria-Ungheria a Belgrado. Questo, forse, è l’effetto miracoloso dei grandi fiumi, la loro fantasia liquida, che rimescola le carte e collega posti lontani con rivoli di cultura e di umanità varia, creando luminose isole di civiltà e di convivenza.







