Alla fine della Seconda Guerra mondiale, in una Trieste liberata ma ancora occupata dalle truppe alleate, acerbata dagli odi intestìni derivanti dalla sua complicata storia e posizione geografica, i triestini seguivano trepidanti gli sviluppi degli eventi che avrebbero deciso la futura collocazione politica della loro città.

Due giovani figli di Trieste, giornalisti coetanei formatisi entrambi al liceo classico,  in accordo con la direzione del giornale della città “Il Piccolo”, decisero in quegli anni di non stare a guardare, creando “La Cittadella”, un giornale per difendere e fare propria la battaglia per l’identità italiana del capoluogo giuliano.

Il lavoro è lodevole e vario. Lo scopo è serio ma l’ironia non manca, con rubriche come “Cosa dirà la gente”, dove i lettori potevano esprimere liberamente i loro pensieri, e le spassosissime vignette di Kollman, famosa quella del maresciallo Tito scalzo ma pieno di medaglie.

I due giovani giornalisti sono Mariano Faraguna e Lino Carpinteri.

Carpinteri e Faraguna nel loro lavoro da giornalisti, autori radiofonici e scrittori, saranno una coppia indissolubile, un duo indivisibile, una sorta di Giano bifronte. Impossibile pensarli divisi.

Faraguna è l’uomo dotato del guizzo artistico che Carpinteri dando il placet elabora sulla carta regalandoci pagine indimenticabili.

Oltre “La Cittadella”, altro pilastro della loro produzione è “Il Campanon”, una sorta di rivista radiofonica, una emanazione del giornale radio. Le trasmissioni, dirette da registi radiofonici di livello nazionale quali Ugo Amodeo e Ruggero Winter, entrano nelle case della gente regalando alla coppia di autori grande popolarità e meritato successo,  evidenziando il talento di tanti attori triestini quali Orazio Bobbio, Ariella  Reggio, Stefano Lescovelli e Gianfranco Saletta, Giorgio Valletta e Luciano del Mestri, “il noneto del Campanon”, solo per citarne  alcuni. Un gruppo di attori validissimi, valorizzati da bellissimi testi.

Ma il pilastro portante, l’opera principale, la più conosciuta e amata della coppia artistica Carpinteri e Faraguna  sono senza  dubbio “Le Maldobrie”.

Saga di racconti e di storie che prendono vita in un periodo che va dalla metà del XIX secolo alla Prima Guerra mondiale, nell’ambiente, che nel ricordo diventa ideale, di quello che era l’Impero asburgico. Protagonisti dei racconti sono gli abitanti di quelle terre, che tra scontri e battibecchi narrano, ricordando, le tante avventure vissute o sognate.

Oltre la bellezza letteraria del testo, “Le Maldobrie” hanno il merito di raccontare un territorio giuliano-adriatico che va dal Quarnaro all’Istria e la Dalmazia, senza sottolineature nazionaliste tanto di moda all’epoca, ma inquadrando i racconti in una sorta di periodo felice sotto l’architrave di quel grande corpo politico che fu l’Impero degli Asburgo.

Carpinteri e Faraguna superano a Trieste la totale damnatio memoriae dell’ex Impero, del quale, per ragioni politiche, si doveva sempre e solo parlar male.

La prosa delle “Maldobrie” è limpida, simpatica e accattivante. Di loro invenzione anche il linguaggio dei protagonisti, che si esprimono in una parlata – probabilmente appresa dal padre di Faraguna, originario del Quarnero – tipica dei Croati di quelle terre quando dovevano esprimersi in lingua italiana, che  potremmo definire dalmata-istriana quarnerina.

Divenuto la loro cifra questo stile, oltre a dare ai protagonisti un respiro europeo, è stato sicuramente la chiave di volta del successo dei racconti, come pure la trasposizione scenica realizzata da Francesco Macedonio e magistralmente interpretata da quel grande attore che era Nino Samorani.

Faraguna, figlio di madre ebrea e padre siciliano, e Carpinteri, di famiglia istriana,  rappresentano in fondo l’anima mista di Trieste. Città di cultura italiana che fu per cinque secoli emporio, porto strategico e unico sbocco al mare di un grande impero multietnico. Due cantori della sua anima interpretata nel modo più profondo e più vero.

Della loro vasta produzione rimangono i libri, le “Cittadella ” e le trasmissioni radiofoniche. Ma soprattutto rimane una visione di Europa, non solo ideale. Un’ispirazione per tutti coloro che abitano questi luoghi, dove i confini politici hanno diviso, e dividono ancora, terre che la natura invece unisce. Un’ispirazione per ricordarci che “Europa” non è un’espressione geografica, un sostantivo alla moda o solamente una mera unione di stati-nazione per motivi economici, ma soprattutto un abbraccio di genti.

Popoli che, superato il triste secolo di conflitti e di rivalse nazionaliste, si ritrovano vicini salvaguardando le proprie identità territoriali in una cornice europea, protese ad un futuro condiviso di scambi,  di cultura, di collaborazione e di pace.