Percorrendo il Carso monfalconese e triestino, si ha l’impressione di attraversare un labirinto di rocce e di selve, che in autunno diventa un labirinto di colori. Ora si corre in mezzo a grovigli inestricabili di piante, la cui identità sembra incerta tra l’albero e l’arbusto. Ora si spalancano vaste aperture, con lievi ondulazioni che a occidente si sciolgono nell’azzurro denso dell’Adriatico, verso le falesie di Duino, e a oriente diventano presagi di silenzi balcanici. Ora questa struggente monotonia, indecisa tra una soffocante finitezza e improvvise visioni d’infinito, è rotta e mediata da più umane apparizioni. Qua e là compaiono piccole doline, incorniciate da muri a secco e talora coltivate a capuzi[1]o a vigneti di Terrano e Malvasia. Irrompono arroccamenti di pietra, come il tabor[2]di Monrupino o – oltreconfine in significativa continuità – il castello di Socerb-San Servolo e la chiesa fortificata di Hrastovlje-Cristoglie. Talvolta ci s’infratta in strani borghi senza centro che accostano ville invisibili degli anni Sessanta, fantasmi di Mitteleuropa come la poetica stazione di Aurisina, e rustiche case celate da sobri portali e affacciate su cortili interni, dove basta l’ombra di un tiglio per “fare osmiza[3], per trovare momenti di cosmopolita, intima allegria in questo paesaggio straniante e misterioso.

[1] Termine dialettale che indica i cavoli cappucci, il contorno più tipico della cucina carsica e triestina.

[2] Con il termine “tabor” si designavano le fortezze locali a difesa dalle invasioni dei turchi.

[3] L’osmiza è un punto rustico di ritrovo del Carso – spesso una cantina, un cortile o una casa privata – dove per brevi periodi si vendono e si consumano prodotti tipici locali, in particolare vini, salumi e formaggi autoprodotti. La tradizione ha origini antiche e si consolidò nel corso del XVIII secolo, sotto gli Asburgo, grazie a un decreto che permetteva ai contadini la vendita di vino sfuso autoprodotto, a condizioni fiscali agevolate, per un periodo di otto giorni, come ricorda la parola “osmiza” derivante dallo sloveno “osem” che significa “otto”.

Il tabor, chiesa fortificata di Monrupino posta come un baluardo ai confini con la Slovenia. Foto Massimiliano Clari / Shutterstock.com

Il fascino del Carso è la sua impenetrabilità, la sua indecifrabilità. Il suo denominatore comune è la pietra, quasi un filo di Arianna per spiegare la natura e la cultura che questo territorio racchiude e cela. Eppure, l’impatto con la pietra carsica non è quasi mai “monumentale”, se si eccettuano qualche spettacolare fenomeno naturale come i campi solcati della bastionata calcarea di Duino, o gli imponenti Sacrari della I Guerra mondiale, realizzati enfaticamente con la materia prima del posto. Per il resto la pietra è quasi invisibile, macerata, frammentata e dispersa tra la vegetazione, occultata in un sottosuolo che racchiude migliaia di grotte, impiegata con discrezione nelle architetture rurali che punteggiano con sobrietà questo territorio. Anche delle “infinite” trincee scavate nella roccia carsica, che solo un secolo fa hanno inghiottito centinaia di migliaia di giovani vite, restano solo sporadiche manifestazioni, che non restituiscono l’orrenda “monumentalità” dell’inutile strage compiuta su questo altopiano di frontiera. Forse la più macroscopica evidenza di questa straordinaria risorsa naturale sono le cave carsiche, spesso discoste dalle strade principali, altre volte dismesse o coperte con nuovi progetti urbanistici, come la creazione ex nihilo della località turistica di Portopiccolo, che ha quasi fatto scomparire le tracce della Cava di Sistiana.

Il nuovo complesso turistico di Portopiccolo, affacciato sull’Adriatico e costruito sul sito della dismessa Cava di Sistiana. Foto di Daniele Tibaldi

Quando resistono, come accade per la Cava romana di Aurisina, questi giacimenti con la loro necessaria natura di ferite nel paesaggio, con il loro vuoto vertiginoso, a volte ancora popolato di vita e di lavoro, ci ricordano l’universalità del Carso, le miriadi di blocchi e di lastre che da qui sono partiti verso altri mondi per costruire palazzi e chiese, città e civiltà. L’assenza di roccia, tagliata nei secoli dalle lame, rimanda dunque a presenze importanti e lontane, ai monumenti e splendori di Aquileia e di Vienna, a distanti paesaggi umani che sembrano essere usciti in positivo da queste matrici di fatica.

Una grotta carsica affiorata con l’attività nella Cava Romana di Aurisina. Foto di Daniele Tibaldi

Da qui, da questi luoghi in parte vivi e in parte fantasmatici, v’invitiamo ad accompagnarci in un viaggio lento attraverso il Carso, esplorando il rapporto dell’uomo con la pietra, inseguendo cicli di produzione materiale e d’invenzione culturale, scoprendo segreti borghi di calcare e cantine eroiche ancora oggi scavate nella roccia o costruite magistralmente con la roccia, ascoltando il rumore ritmico degli scalpelli o quello assordante delle seghe elettriche. Qui, il lavoro dell’uomo cerca ancora di resistere e di combattere contro l’estremistica “dematerializzazione digitale” portata dalla modernità. Qui il pensiero nervoso delle mani e la mobilità dell’immaginazione cercano ancora di lasciare il proprio segno nella durezza generosa della pietra.

Un portale elegantemente scolpito nella pietra locale nel pittoresco borgo di Aurisina-Nabrežina. Foto di Daniele Tibaldi