Dal Carso alla Dalmazia: l’arte senza confini della pietra
Un particolare del portale dell’ignoto maestro dalmata Radovan della cattedrale di San Lorenzo a Trogir-Traù. Si tratta di un capolavoro assoluto della scultura romanica.
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L’arrivo nel Carso giuliano segna l’ingresso nel mondo slavo e nei paesaggi balcanici. In questa geografia fisica e culturale di frontiera, la cava romana di Aurisina introduce a una vocazione all’artigianato e all’arte della pietra, viva in questo lembo di Venezia Giulia da almeno da due millenni e propagatasi come una scossa di energia fino all’Istria e alla Dalmazia.
In queste terre aspre, di colori assoluti, dove il Mediterraneo s’insinua negli anfratti calcarei dei Balcani, generazioni di scalpellini, architetti e scultori, hanno tratto la loro ispirazione da una pregiata materia prima, improntando i paesaggi locali e realizzando capolavori che ancora oggi si possono ammirare sulle due sponde dell’Adriatico. Un’avvincente osmosi artistica, nel corso dei secoli, ha avvicinato le coste istriane e dalmate, a quelle di Venezia e di Ravenna, delle Marche, dell’Abruzzo e della Puglia, non mancando preziosi influssi toscani.

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Se il marmo di Aurisina è stato largamente impiegato negli edifici dell’antica Aquileia e rilanciato tra XVIII e XX secolo nella Mitteleuropa, da Trieste a Vienna a Budapest, più a sud il terreno carsico regala il marmo giallo d’Orsera e quella pietra bianca d’Istria esaltata in tutta la sua bellezza nell’Arena di Pola e diventata materia prima delle gloriose stagioni artistiche di Venezia, in particolare nel suo periodo gotico-bizantino. Con questa pietra “atmosferica”, capace di riflettere luminescenze fredde sotto i cieli grigi dei temporali e ambrate con i riverberi dei tramonti, Venezia ha costruito e ammantato case, chiese, strade, ponti, vere da pozzo, leoni marciani, plasmando un’infinità di dettagli d’insuperata eleganza.
Procedendo ancora verso sud, oltre l’Istria, la magnifica cittadina insulare di Arbe-Rab ingentilisce lo scarno fondale dei Velebit che si tuffa nel Canale della Morlacca. Il profilo del suo raccolto centro storico appare dal mare come un veliero di pietra bianca, con la prua puntata verso meridione e quattro campanili svettanti come alberi, quattro gradazioni di un Medioevo in prevalenza romanico. La visione di questa nave pietrificata si fa metafora di una locale storia leggendaria: dalla vicina Lopar, verso la fine del III secolo, per sottrarsi alle persecuzioni inflitte ai Cristiani dall’imperatore Diocleziano, fuggirono verso l’altra sponda dell’Adriatico due scalpellini, destinati a diventare santi. Il primo, Marino, avrebbe fondato l’omonima città-stato arroccata sul monte Titano, il secondo la non lontana San Leo.

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Ancora più a sud, tra Zara-Zadar e Sebenico-Šibenik, la località di Vrana ci ricorda altre migrazioni artistiche. Qui, a pochi passi dall’Adriatico, la presenza del caravanserraglio di Maškovic (Maškovica Han), un monumento del 1641 oggi trasformato in albergo, evoca esoticamente le estreme proiezioni occidentali degli Ottomani. E proprio da qui, quasi due secoli prima, erano partiti verso la penisola italica due artisti dalmati diventati protagonisti del nostro Rinascimento, entrambi noti con il cognome Laurana, derivato proprio da Aurana (Vrana), loro luogo di nascita.
Il primo è Luciano Laurana, in croato Lucijan Vranjanin, “archistar” del XV secolo e artefice di uno dei capolavori dell’arte occidentale di tutti i tempi: il Palazzo Ducale di Urbino. Il secondo è Francesco Laurana, in croato Franjo Vranjanin, autore di raffinatissime sculture, tra cui l’Arco trionfale del Castel Nuovo di Napoli e il sublime busto di Eleonora d’Aragona, conservato a Palermo, opera d’arte che trasfigura il marmo in luce.
Ovunque, su questa luminosa costa adriatica, la fisionomia dei borghi e delle città ci parla di una magistrale propensione a lavorare la pietra, che ha trovato espressioni in palazzi e soprattutto in mirabili chiese, molte delle quali diventate Patrimonio dell’Umanità.
A Zara-Zadar la cattedrale di Sant’Anastasia rasserena con la sua facciata tripartita, in stile romanico pisano-pugliese, con le arcatelle cieche che disegnano una delicata geometria di chiaroscuri.
A Traù-Trogir, la cattedrale di San Lorenzo ci accoglie con il portale romanico dell’ignoto maestro dalmata Radovan, datato 1240. Un’opera monumentale e complessa, forse ispirata dall’arte veneziana e lombarda. È il capolavoro più celebrato di una chiesa che accoglie a fonde armoniosamente altre gemme appartenenti a varie epoche e a differenti stili: dall’elegantissimo campanile tardo gotico, alla rinascimentale Cappella del Beato Giovanni Orsini, che vide affiancati per la sua realizzazione il toscano Niccolò di Giovanni Fiorentino e il dalmata-albanese Andrea Alessi-Andrija Aleši-Andrea Aleksi di Durazzo, in una commistione artistica in cui la prorompente impronta culturale dell’arte italiana s’incontra con la vocazione locale a plasmare la pietra.
Lo stesso Andrea Alessi fu aiuto di Giorgio Orsini, in croato Juraj Dalmatinac, geniale architetto e scultore del duomo della sua Sebenico-Šibenik, dove il gotico si fonde in maniera sublime con il Rinascimento e il valore d’insieme convive con l’alta qualità dei dettagli, come i settantadue ritratti scolpiti che ornano la parte absidale, calandoci con realismo nella vita dalmata del Quattrocento.

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Queste sono solo alcune punte di diamante dell’inestimabile patrimonio di pietra che corona la costa orientale dell’Adriatico. Sono inviti a proseguire il nostro viaggio. A scoprire l’unicità di Spalato-Split, da quasi due secoli incastonata nel Palazzo imperiale di Diocleziano, dove senza soluzione di continuità un tempio romano è diventato cattedrale cristiana. A ricercare altri capolavori di architetti e scultori “di frontiera” nelle isole di Lesina-Hvar, di Corzula-Korčula, o nella monumentale Ragusa-Dubrovnik. A spostarci con curiosità verso l’isola di Brazza-Brač, famosa per la pietra locale di un bianco accecante, utilizzata nella costruzione di edifici come il Parlamento di Vienna, il Parlamento di Budapest, il Reichstag di Berlino, la Casa Bianca di Washington, e valorizzata in loco da artisti come Ivan Rendić, che ha lasciato elaborati monumenti funebri nel cimitero “marino” di Supetar. Senza dimenticare un genio come Ivan Meštrović, annoverato tra i massimi scultori del Novecento: croato di Vrpolje, morto negli Stati Uniti, ma formatosi con la pietra e dentro la luce creativa dell’antica Spalato.

Foto di Romeo Pignat
In questa intensa striscia costiera di Adriatico, il talento d’intere generazioni di architetti, scultori e umili tagliapietre, ha plasmato la materia prima donata da questa terra, vestendola delle influenze e delle ispirazioni arrivate da altre sponde dell’Adriatico, da Venezia alla Puglia. Molti di questi artigiani e artisti di frontiera, hanno “esportato” la loro connaturata maestria in regioni lontane: dalle Marche alla Toscana, dalla Sicilia alle montagne impervie dei Balcani. È Ivo Andrić a ricordarci nelle sue pagine “ecumeniche” il prezioso contributo portato dagli scalpellini dalmati alla costruzione dei ponti che hanno collegato l’Occidente all’Oriente, come quello sulla Žepa o quello sulla Drina, opera del grande architetto turco Mi’mār Sinān. In questi luoghi d’incontri e di scontri tra Popoli e culture, la pietra, docile e sapiente, continua a sostenere magnifici archi di speranza, protesi con la loro bellezza verso l’altrove e verso il futuro.







