La Basilica di Aquileia è una delle più antiche chiese del mondo. Dal tempo della realizzazione del mosaico pavimentale, negli anni immediatamente successivi all’editto di Milano (313), fino a oggi, ha ininterrottamente ospitato una comunità cristiana che in essa ha pregato, sofferto e amato. Da allora è stata trasformata e rinnovata più volte, adeguando il linguaggio dell’architettura e dell’arte a quello della fede, pur mantenendo sempre la caratteristica di un luogo di culto, punto di riferimento fisico per i credenti. La scoperta degli antichi mosaici voluti “dal vescovo Teodoro con l’aiuto del gregge a lui affidato dal cielo” (così recita l’epigrafe dedicatoria), all’inizio del ‘900 ha aperto una nuova pagina nella storia quasi bimillenaria del tempio, sottolineata dall’enorme interesse suscitato negli archeologi e nello sviluppo progressivo del turismo, in particolare dal secondo dopoguerra in poi.

Sino alla fine del XX secolo, la custodia dell’edificio era affidata alla parrocchia di Aquileia. L’incremento esponenziale del numero di visitatori, provenienti da tutte le regioni europee e anche dagli altri continenti, ha reso impossibile proseguire basandosi soltanto e soprattutto sulla buona volontà di persone generose e competenti. Per questo è stata rinnovata un’antica istituzione, creata cento anni prima dall’Arcivescovo Goriziano mons. Francesco Borgia Sedej e poi dimenticata nei cassetti della storia. Dagli anni ’90 del XX secolo la chiesa è infatti gestita dalla Società per la conservazione della Basilica di Aquileia (So.Co.Ba.), organizzata con oltre venti collaboratori dipendenti, in grado di mantenere in ottima efficienza le strutture e soprattutto di offrire un adeguato, plurilingue servizio di accoglienza.

Tre sono le principali linee di riferimento per la valorizzazione di un simile sito storico.

Si tratta di uno spazio spirituale. È importante che la destinazione spirituale, nel senso più ampio possibile del termine, non venga mai dimenticata, non soltanto grazie alla scelta di continuare a utilizzarlo per le celebrazioni liturgiche della comunità locale e dell’arcidiocesi, ma anche salvaguardando la possibilità di entrare, per una preghiera o per un istante di contemplazione. La dinamica totalmente simbolica dei segni iconografici teodoriani dell’inizio del IV secolo consente un singolare allargamento delle prospettive: anche chi non si riconosce nella tradizione cristiana, qui si sente a casa propria, trovando in un’ermeneutica diversa rispetto a quella canonicamente codificata, un sostegno alla propria indipendente concezione della vita e del mondo. È per questo necessario che ci siano tempi dedicati al silenzio o all’ascolto degli splendidi organi in dotazione, unendo la dimensione sensoriale della vista a quella dell’udito. Ha anche questo obiettivo la pregevole stagione estiva dei “concerti in Basilica”, singolare e spesso straordinario connubio tra arti figurative e musicali. Sono tante le testimonianze di una vera e propria illuminazione spirituale, quasi metafisica e mai confessionale, derivata dall’osservazione estatica delle strutture basilicali, quasi vivificate dalle vibrazioni suscitate dai cori e dagli strumentisti che si sono alternati sui gradini dell’altare maggiore.

Si tratta di uno spazio culturale. Aquileia, per oltre un millennio, è stata un faro di riferimento, una sorgente alla quale hanno attinto tante diverse realtà nazionali. Un rapido sguardo attuale porta a censire qualcosa come 9 Stati e 42 Diocesi che in qualche modo riconoscono la propria origine e il proprio punto di riferimento nella vicenda aquileiese. Il Patriarcato è stato soppresso nel 1751, ma la sua eredità europea non è stata dimenticata, anzi, più che mai sarebbe oggi urgente una sua convinta riproposizione in quell’area centrale che da sempre è stata un crocevia di popoli e di culture. Il riferimento aquileiese ha consentito lo straordinario miracolo dell’unità nella diversità, così come la sua perdita è stata una delle cause che hanno acceso i risentimenti e i nazionalismi che hanno contribuito a creare il venefico clima nel quale si sono sviluppati le due guerre mondiali e gli orrori della prima metà del XX secolo. Un’adeguata valorizzazione della realtà aquileiese non può prescindere dal disegno di ricostruzione delle relazioni di giustizia nel cuore del Vecchio Continente. In questo senso la Basilica, in collaborazione con tutte le altre realtà che insistono sulla ricerca archeologica e storica, può veramente costituire una tappa imprescindibile per chi desidera costruire un mondo migliore, ricostruire, in una terra martoriata e bagnata dal sangue provocato dai conflitti, un laboratorio di pace di dimensioni planetarie.

Si tratta di uno spazio sociale. Se formalmente e giuridicamente la Basilica appartiene all’Arcidiocesi di Gorizia, come ogni espressione alta dell’umanità è proprietà di ogni essere umano. Non è un caso che essa, insieme agli altri monumenti aquileiesi, sia stata insignita del prestigioso titolo di “patrimonio UNESCO”. Un altro obiettivo importante della So.Co.Ba. è quello di favorire l’entrata e la visita a tutti, senza alcuna discriminazione derivante dalla diversità religiosa, di genere o anche economica, come pure senza alcun impedimento dovuto all’esistenza di numerose barriere architettoniche. La chiesa è la casa di tutti, senza per questo perdere il proprio ruolo di “abitazione della comunità cristiana”. Inoltre, se il Vangelo presenta gli affamati, gli assetati, i carcerati, i forestieri e gli ignudi come la vera presenza di Gesù Cristo da accompagnare e sostenere, come può una chiesa così bella e importante dimenticarsi di ciò? La presenza reale del Maestro non è soltanto nell’eucarestia, giustamente conservata in un’apposita cappella riservata alla preghiera. La sua presenza è viva nella vita e nello sguardo dei più poveri, dei più piccoli che devono trovare quindi in qualsiasi modo la possibilità di entrare, sentirsi accolti e apprezzati, in un certo senso come i veri “padroni di casa”. Tra essi ci sono anche quelle categorie di pellegrini che hanno deciso di dedicare in parte o in toto la loro vita al cammino, rinunciando alla comodità della casa o alla normalità della famiglia. La loro presenza deve essere considerata una grande benedizione, la loro parola un profondo insegnamento.

Sono solo pochi spunti, tutti da approfondire, relativi alla ricerca di un percorso moderno e post-moderno, capace di aggiornare al nostro tempo il linguaggio dell’annuncio cristiano, finalmente riportato davvero alle origini, quelle di una proposta di speranza trasmessa in un mondo pluralista, plurilingue e pluriculturale.