Compositore, pianista, saggista, insignito di prestigiosi riconoscimenti come il titolo di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres su iniziativa del Ministero della Cultura francese, Francesco Lotoro ha dedicato la sua vita alla musica, e in particolar modo «alla ricerca, alla conservazione e all’esecuzione della musica di musicisti ebrei composta in prigionia durante l’Olocausto», come ricordato nelle motivazioni che gli hanno valso l’assegnazione della Medal of Valor del Simon Wiesenthal Center di Los Angeles, un altro importante premio che ha ricevuto assieme alla moglie Grazia Tiritiello, già presidente dell’Istituto Musica Judaica di Barletta, in seguito diventato Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria (ILMC). A partire dagli anni Novanta, Francesco Lotoro ha iniziato a raccogliere e a incidere le opere di Gideon Klein, Erwin Schulhoff, Viktor Ullmann e numerosi altri compositori che hanno vissuto la tragedia del confinamento, della deportazione e della prigionia nei campi di concentramento, restituendo ad esse la possibilità non solo di resistere all’oblio ma anche di diventare uno straordinario mezzo di trasmissione e di condivisione della memoria dell’Olocausto. Incontriamo il maestro Lotoro per ricostruire alcuni aspetti del suo lavoro, e più in generale della produzione musicale concentrazionaria, che si intrecciano con la storia della Mitteleuropa e degli uomini che ne hanno fatto parte.


Professor Lotoro, il suo impegno per la conservazione e la trasmissione della musica concentrazionaria si protraggono da svariati decenni. Quali sono gli obiettivi più importanti che sono stati raggiunti e cosa resta ancora da fare?

Tantissimo. Una stima attendibile – basata sulle mie attuali conoscenze del materiale cartaceo, fonografico e documentaristico sparso per il mondo – mi porta a stimare in 10 – 12 anni quale tempo residuo per poter definire sostanzialmente conclusa tale ricerca iniziata 33 anni fa. Ovviamente, un buon supporto economico a tali ricerche ridurrebbe sensibilmente tale periodo ma non dimentico mai di vivere in un Paese nel quale è difficile ricevere sostegno a tal scopo. I 3 obiettivi – miei e della Fondazione ILMC – a raggiungersi entro medio termine sono l’avvio e il completamento dei lavori della Cittadella della Musica Concentrazionaria di Barletta (progetto a finanziamento interamente pubblico), la definitiva stesura della mia Enciclopedia in 12 volumi Thesaurus Musicae Concentrationariae e, naturalmente, i viaggi di ricerca o meglio i 100 Viaggi (nome dato dalla manager della Fondazione, Donatella Altieri) con i quali intendo chiudere le operazioni di recupero delle produzione musicale concentrazionaria.


La memoria tramandata attraverso la musica concentrazionaria è strettamente correlata all’autocomprensione storica dei popoli europei: in che misura l’Unione Europea è coinvolta in questo processo?

Nascono prima le idee a unire uomini e Paesi; poi arrivano trattati e protocolli.

L’Unione Europea, Europäische Union, è un’idea che unisce uomini e Paesi e nacque a Berlino il 15 luglio 1943, in piena guerra e nel cuore della Germania nazionalsocialista; era un’organizzazione resistenziale antifascista costituita da Georg Groscurth, Robert Havemann, Paul Rentsch, Herbert Richter e altri, che credevano in un’Europa libera, unita e ispirata ai valori del socialismo democratico.

L’Unione Europea stabilì contatti con i lavoratori forzati e nascose i perseguitati politici del Reich; nel settembre 1943 diversi affiliati dell’Unione furono arrestati dalla Gestapo, 40 membri furono rinviati a giudizio presso i tribunali popolari tedeschi, 14 di essi furono condannati a morte.

Il sogno europeo aleggiava sin dal 29 maggio 1938 nella Vienna annessa al Reich sulla banchina del treno per Dachau mentre i deportati intonavano il beethoveniano Inno alla Gioia (oggi inno dell’Unione Europea); Babele alla rovescia, l’Europa multilingue si riunificò nel 1943 a Sachsenhausen dove gli inni erano tradotti in 8 lingue perché tutti potessero comprenderli e cantarli.


Il multilinguismo, assieme alla multiculturalità, è uno dei caratteri distintivi del territorio mitteleuropeo. Da questo punto di vista si può affermare che la musica concentrazionaria sia stata portatrice di un linguaggio condiviso tra i popoli e le nazioni europee?

Musicisti di strada Rom facevano musica a Valencia e Budapest quando Spagna e Ungheria non avevano nulla in comune; da Lubecca a Odessa si attraversavano Paesi germanofoni e slavofoni in perenne contenzioso territoriale e culturale ma si parlava un’unica lingua, lo jiddish.

Ebrei e Rom, i popoli più paneuropei, furono quelli che finirono nei Campi di sterminio, a essi vanno restituiti i passaporti europei confiscati dall’ecatombe deportatoria al fine di ripristinare le giuste coordinate umanitarie; la loro musica creata nei Lager è Patrimonio universale, transgenerazionale.

Nel 1945, sulle rovine di Londra bombardata dalla Luftwaffe, sulle macerie di Dresda rasa al suolo dagli Alleati e sulle ceneri umane di Birkenau, qualcuno immaginò una nuova Europa.

Una volta Oświęcim (Auschwitz), Terezìn, Riga, Berlino Est si trovavano nei Paesi del Patto di Varsavia dove ci si recava con passaporto munito di visto; luoghi di un immaginario collettivo geograficamente e ideologicamente lontani dall’Europa al di qua della cortina di ferro.

Da decenni quei Paesi sono nell’Unione Europea, si va da Varsavia a Vilnius come da Parigi a Madrid; abbiamo importato nell’Europa comunitaria i luoghi della Memoria, abbiamo mille ragioni in più per confrontarci con la loro Storia e con i protagonisti del loro pensiero artistico-musicale.

Via Chłodna a Varsavia dall'incrocio con via Żelazna, nel giugno 1942. Sopra la strada, frequentata dalla “popolazione ariana”, il ponte di legno che collegava il Piccolo e il Grande Ghetto. Bundesarchiv, Bild 101I-270-0298-14 / Amthor / CC-BY-SA 3.0

Qual è dunque il compito del musicista? Egli può in qualche modo intervenire sul corso della Storia?

Il musicista ha un solo, infallibile mezzo per rivendicare legittime prerogative storiche: aprire i recinti e far uscire dalle stalle dei buchi neri della Storia l’incalcolabile quantità di opere cameristiche, sinfoniche e teatrali prodotte in cattività, prigionia e deportazione civile e militare.

L’uomo non è un animale individuale, altrimenti sarebbe un lupo solitario che caccia la preda e marca il territorio o, come profetizzò il musicista ebreo Viktor Ullmann a Theresienstadt, l’Imperatore di Atlantide che bandisce dal proprio Regno la Morte pur di vedere i propri sudditi infelici e contenti.

L’uomo è un animale sociale, respira dello stesso respiro di tutti gli uomini nella consapevolezza che il suo destino è collettivo e condiviso; non “io” o “noi” ma “tutti”.


Tra i tanti compositori di cui lei ha recuperato e trascritto le opere, ne potrebbe citare qualcuno che rappresenta in modo particolare lo spirito della Mitteleuropa? 

Come per le Brigate Internazionali durante la Guerra Civile Spagnola, anche l’insurrezione di Varsavia, protrattasi dal 1° agosto al 2 ottobre del 1944, vide la partecipazione di tedeschi antifascisti, scozzesi, americani, sovietici e combattenti di altre nazionalità a fianco dei paramilitari polacchi della Armia Krajowa; la caduta di Varsavia sarebbe stata la sconfitta di tutti coloro che avevano a cuore la libertà.

Tra di essi un grande eroe, il musicista jazz nigeriano August Agbola O’Browne (foto); per tutti era “Alì”, immigrato combattente in prima fila contro l’esercito più forte del mondo, quello tedesco.

Africano, immigrato, musicista; la Storia degli uomini assomiglia a un libro da leggersi al modo ebraico – dall’ultima pagina alla prima – oppure a una partitura di Salomone Rossi con chiavi, armature e pentagrammi che non scorrono da sinistra a destra ma viceversa.

È proprio quello il verso giusto delle cose umane, dall’ispirazione musicale alla difesa della dignità; ciò che sembra la fine è esattamente l’inizio.