Le architetture della Carnia: tra genius loci ed esperienza del mondo
Come Carinzia, Carniola, Carso, il nome “Carnia” deriva probabilmente dalla radice celtica “Kar”, “roccia”. É un nome che evoca un mondo monolitico, poco scalfito dall’esterno e abitato da un “popolo duro”, come definito quello carnico dall’antropologo inglese Patrick Heady, in un saggio del 2001 annoverato tra le più serie esplorazioni dell’animo di questa terra.
Sotto la superficie scabra e riservata, in realtà la Carnia sa aprirsi con gentile affabulazione e sa stupirci con gradazioni che parlano di osmosi di culture e di civiltà, in una montagna mai eguale a se stessa: 28 comuni e quarantamila abitanti, soprattutto sette valli che racchiudono altrettanti microcosmi. Percorrere con curiosità questo territorio, scollinare da una valle all’altra, è un’esperienza d’istruttiva intensità estetica, che restituisce in pochi chilometri uno spaccato di Europa alpina, sospesa tra il mondo latino e il Centro Europa. In Carnia la varietà non è tanto e solo quella linguistica, con il locale friulano che convive con le parlate delle “isole” germanofone di Sauris-Zahre, Sappada-Plodn, Timau-Tischlbong. È in primo luogo quella paesaggistica: un digradare e un convivere di stili architettonici e di tecniche costruttive che contraddistingue questa regione-villaggio, non ancora falsificata dal turismo, come avviene in altri territori di tendenza delle Alpi.
La Val Tagliamento, che percorre a sud la Carnia, più delle altre risente del tono urbanistico della pianura friulana, che s’insinua senza rilevante dislivello sino al “capoluogo” Tolmezzo, con il suo centro storico porticato. Nell’ampio fondovalle, popolato da villette e condomini sorti dopo il terremoto del 1976, sopravvivono residue testimonianze di ruralità e di quelle case carniche, presenti anche nelle vicine Valli del But e del Chiarsò. Costruite perlopiù tra XVII e XVIII secolo, nel periodo d’oro della Carnia, queste dimore signorili manifestano uno stile spiccatamente italiano: lo rammentano i focolari esterni, le coperture di coppi, l’eleganza di facciate o di cortili interni a portico e loggia, dove la pietra tufacea di pilastri, archi e lesene, crea un raffinato ritmo cromatico sull’intonaco bianco.
Sui declivi soleggiati che scendono a valle, specie nell’Ampezzano, in qualche agglomerato prevalgono abitazioni rustiche a sviluppo orizzontale, con spettacolari ballatoi di legno esposti a sud, come se ne trovano in altre zone delle Prealpi, dalla Valcellina alla Valbelluna.
L’ascesa dalla Val Tagliamento al Saurano, dai 560 metri di altitudine di Ampezzo ai 1400 di Sauris di Sopra, ci proietta in un mondo improvvisamente nordico: un passaggio brusco, senza mediazioni, che si spiega con il vertiginoso imbuto della Forra del Lumiei, per secoli causa di quell’isolamento che portò allo sviluppo autonomo della comunità di Sauris-Zahre. Qui molta architettura parla “tedesco”: la cuspide gotica della chiesa di San Lorenzo; quella a cipolla di Sant’Osvaldo che racchiude il Flügelaltar di Michele Parth; le case costruite con la tecnica del Blockbau, con tronchi sovrapposti e incastrati tra loro negli angoli; i tetti in scandole di larice o di abete. È un paesaggio umano che ha origine tra XII e XIII secolo, da probabili popolazioni emigrate in questa splendida solitudine da Carinzia e Tirolo.
Oltrepassata la bolla di Sauris, procedendo verso nord-est attraverso una splendida foresta di abeti e di faggi, si conquista la valle forse più fascinosa – e incredibilmente più sconosciuta – di tutta la Carnia, la Val Pesarina, la “valle del tempo”. Esemplare è il borgo di Pesariis noto per la sua produzione di orologi fin dalla metà del Seicento e, dal 1725, sede della Ditta Fratelli Solari, “antica e premiata fabbrica di orologi da torre”. Stavoli rustici con pietra a vista si affiancano a nobili case con portico e loggia, come il Palazzo della Pesa, dove lavorazioni in tufo modulano il candore della facciata. Si fanno subito notare i tetti inclinati a embrici (planelas): tegole piatte e tondeggianti di terracotta, accostate a squame di pesce in vibranti policromie, e un tempo fabbricate nelle fornaci della non lontana località di Cella. Questa tecnica, rarissima in altre parti d’Italia, è ampiamente in uso in Europa centro-orientale: dalla Stiria alla Boemia, dalla Transilvania all’Alpokalja.
Cogliendo dall’alto i borghi della Val Pesarina, la felice “fusione” dei tetti crea scorci da Malá Strana, si ha l’impressione di essere capitati in una fiaba mitteleuropea, in luoghi che il nostro immaginario proietta ad altre distanze.
La grazia di questo paesaggio, dove anche gli stavoli aspirano alla bellezza, si propaga nella Val Degano, da cui la Val Pesarina e la Valcalda si dipartono come convalli.
Qui, forse più che altrove, s’intensifica il dialogo tra mondo latino e mondo tedesco, tra sud e nord, tra oriente e occidente. Abbandonando la strada del fondovalle, è possibile sperdersi in una costellazione poetica di paesini sparsi su pendii di velluto o discosti dalla via maestra, dove la bellezza delle architetture si fa quasi scoperta intima. In luoghi come Luincis, Luint, Cella, Muinta, Clavais e tanti altri, si moltiplica la magia dei tetti a planelas: ora a due spioventi molto inclinati, ora a due spioventi mozzi, ora a padiglione, come quello monumentale del Palazzo Micoli-Toscano, la “Casa delle cento finestre”, i cui embrici smaltati di colore verde smeraldo brillano alla luce tersa del sole dopo i frequenti temporali che illimpidiscono la Carnia. A Ovasta, nel complesso di Casa De Corte riedificato nel 1736, la copertura tipica della Val Degano s’innesta su una classica casa carnica a portico e loggia, illeggiadrita da una ringhiera di ferro battuto. A Povolaro il Palazzo De Gleria, con il suo balcone balaustrato, unisce simmetria veneta, tocchi di grazia rococò, le geometrie e i colori di uno dei tetti a planelas più spettacolari della Carnia. La peculiarità di questa terra risiede probabilmente in quest’armoniosa contaminazione di culture e di stili, che fiorì nel corso del Settecento: in quel secolo era giunta al suo apice l’economia dei cramârs, i commercianti ambulanti della Carnia che lavoravano tra Germania, Austria, Moravia, Boemia, Slesia, portando sulle spalle articoli come stoffe, spezie, prodotti artigianali. Molti di loro avevano fatto fortuna, avevano aperto empori nella Mitteleuropa e, con le ricchezze accumulate, avevano costruito le loro dimore nella terra natia. Non avevano portato a casa solo capitali, ma anche esperienze, ispirazioni e ricordi provenienti da altri mondo. Questo arricchimento culturale si era unito alla proverbiale capacità carnica di pensare con le mani, che fa bella mostra di sé nel Museo Carnico della Arti Popolari “Michele Gortani” di Tolmezzo. Con l’esperienza migrante dei cramârs, il genius loci si era imbevuto della meravigliosa molteplicità del mondo, facendo fiorire le meraviglie senza frontiere dell’architettura della Carnia.







