Oltre ogni confine: la scelta solidale dei vini goriziani
Il Goriziano, si sa, è terra di mescolanze e impasti di molti generi, gastronomici, politici, storici, linguistici. Il vino è una realtà e insieme una metafora di questi luoghi. Realtà perchè qui si producono degli splendidi bianchi ormai globalmente apprezzati, metafora perchè il vino è il sangue di questo territorio, lo fertilizza e si espande oltre ogni divisione. Diverse sono le zone produttive, ma la più nota è certamente il Collio: un territorio paesaggisticamente unito ma diviso da un confine innaturale, oggi sempre meno percepito.
La coltivazione della vite è molto antica in queste terre. Le prime testimonianze risalgono ai romani. Scrive Claudio Fabbro, enologo e grande conoscitore del Goriziano: “la produzione dei vini intorno al III secolo d.C. era così diffusa da consentire all’imperatore Massimino, proveniente dalla Tracia e diretto all’assedio di Aquileia con le sue legioni, di requisire in Collio una quantità di botti e tini sufficienti a ricostruire un ponte sull’Isonzo alla Mainizza, presso Gorizia”.
In epoche successive la viticoltura divenne una fonte primaria di sostentamento delle famiglie e un elemento trainante dell’economia complessiva del territorio. Numerose sono le testimonianze, anche in epoca medioevale, relative ai vini del territorio, di cui si prediligevano “il Rabbiola dell’Istria e del Collio, il Pinella, il Cloreda, il Turbiano, il Malvasia”. Nelle carte medioevali (censi, statuti, transizioni commerciali) il vino compare assai di frequente, mentre i vitigni non sono mai menzionati.
All’inizio del ‘600 rileviamo testimonianze relative a una viticoltura specializzata che già allora si avvaleva di grandi e complesse opere di sistemazione fondiaria. Si parla nelle cronache di “vini squisitissimi”, particolarmente apprezzati dalla Serenissima Repubblica e dalla Corte Imperiale Asburgica che con alterne vicende si contesero questi luoghi.
Solo a metà dell’800, con gli interventi di Mattia Vertovz – che col suo libro Vinoreja sa slovenze, che si può ritenere la base storica della viticoltura nell’attuale Slovenia Occidentale, fu fautore della vinificazione naturale e con macerazione prolungata delle bucce – e con il conte Teodoro de la Tour – a cui si deve l’introduzione di pregiate varietà di uve francesi e tedesche che andarono a sostituire gli antichi vitigni locali di minor interesse qualitativo – il Collio prende le caratteristiche che conosciamo oggi. Seguirono i congressi enologici tardo ottocenteschi, in cui si diede spazio alle discussioni sulla distruzione della filossera e alle scelte qualitative relative al mantenimento dei vigneti.
Il Collio si trovò in prima linea durante la Prima guerra mondiale e diverse battaglie dell’Isonzo furono combattute tra i suoi borghi. Podgora, Oslavia, Cormòns, San Floriano furono tristemente note per per i famosi combattimenti che lasciarono sul campo, sui vigneti, migliaia di morti. Nel 1918 il Collio dovette affontare, insieme alla ricostruzione dei vigneti annientati dalla guerra, il problema dell’inserimento in nuovi mercati, avendo perduto il riferimento all’Austria e i suoi tradizionali sbocchi commerciali.
Il vino bianco non era così apprezzato nell’Italia dell’epoca, più affezionata al consumo di rosso, e le tradizionali colture del Collio, come frutta e olio, non erano competitive sul mercato italiano. É qui la parte forse più buia di questa storia, che ha portato contadini di queste terre nei cotonifici e nelle fonderie, le loro uniche fonti di sostentamento. Passò su queste terre, ancora in forma spietata, la Seconda guerra mondiale.
Nel 1947 si sancì il confine tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Federativa Jugoslava. Dopo mille anni di storia, il Collio si trovò diviso tra due stati sovrani e si cominciò a parlare di Collio italiano e di Collio sloveno. Questo territorio, che è sempre stato unico per tradizioni, storia e cultura multietnica si trovò diviso.
Fino agli anni ’60, con l’apertura del Consorzio Collio che ha fornito un grande aiuto alla commercializzazione dei vini e alla pubblicizzazione del prodotto su scala nazionale, i contadini di questi luoghi hanno sofferto. Da allora però le cose sono cambiate: la denominazione DOC, una tra le prime in Italia, ha permesso la diffusione di un marchio del territorio sempre più riconoscibile e apprezzato.
A cosa si deve questa fortuna?
A un mosaico di fattori che lavorano tutti insieme, il clima particolare che beneficia della corrente del mare che tiene l’uva asciutta, le montagne a nord che proteggono dalle correnti fredde. Il Collio gode di quello straordinario microclima in grado di offrire i massimi benefici nell’incontro tra i venti freschi delle Alpi Giulie e le brezze marine del vicino Adriatico. La marna, poi, dà alle viti nutrimento e ricchezza di minerali. E infine c’è il sapiente lavoro dell’uomo. Il territorio è molto curato, tanto che le vigne sembrano giardini. E questo regala un’enologia di nicchia, di qualità.
L’estensione del Collio italiano e della Brda slovena, separati solo da un confine interno però all’Europa unita, sono venti chilometri per venti, abbondando. E venti, su per giù, sono anche i vitigni di bianco presenti in questo luogo. Un piccolo territorio dalle grandi ricchezze.
Il Collio si può ben definire teatro di una rivoluzione enologica, in rapporto rispettosissimo tra uomo e ambiente. Senza additivi, con il minimo dei veleni possibile si crea, accanto a medie produzioni, anche vino biodinamico, l’orange wine o meglio il “vino d’ambra”. Lo si fa riposare in botti di rovere, ciliegio, acacia e gelso, che fanno respirare il vino.
Ma non solo: il vino è anche motore di una piccola rivoluzione economica. Nel Collio ci sono imprese sociali, il cui scopo è la massimizzazione del benessere dei propri appartenenti. Attraverso la lavorazione del vino si dà occupazione a persone che per ragioni diverse hanno bisogno di essere reinserite nella società. Si tratta di vini “sociali”, definiti così perché nascono da progetti che includono richiedenti asilo, diversamente abili, persone affette da disagio psichico, minori con precedenti penali.
Sono produzioni di nicchia estremamente apprezzate, vincitrici di premi enologici e portatrici di un messaggio forte: grazie alla collaborazione con vinificatori locali, il vino può essere l’emblema di una produzione inclusiva e solidale che consente di vivere il rapporto tra persona e territorio in modo armonico e proficuo. Una scelta, questa, davvero importante in questo periodo pandemico, dove lo spirito di comunità va ritrovato in contrasto con il crescente senso di isolamento e solitudine.
Dal 2014, in Friuli Venezia Giulia, si tiene il concorso enologico “Tassello d’Oro” volto proprio a far conoscere questi vini che vengono prodotti da cooperative sociali nell’ambito di progetti con persone svantaggiate.
Il premio Tassello d’Oro nasce in seno al Consorzio di Cooperative sociali Il Mosaico, al cui interno vi è la cooperativa La Contea di Moraro (Gorizia), che da anni produce il Morus Morâr, un Friulano Doc Isonzo, coinvolgendo persone che vivono diverse forme di disagio psichico e sociale. Anno dopo anno, la produzione del vino si è spostata dal “fare attività con persone svantaggiate” a “ricercare, grazie all’impegno di persone svantaggiate, una qualità del vino sempre più alta”. Il Morus Morâr vuole essere un vino che viene scelto ed acquistato non solo perché si condivide il suo scopo economico, ma per la sua alta qualità.
Vale la pena, in ogni caso, segnalare che queste produzioni sono presenti in quasi tutta Italia, e anche all’estero, in Francia e Spagna soprattutto. In Friuli Venezia Giulia, oltre al Morus Morâr della cooperativa sociale La Contea, vengono prodotti anche il Diversamente Doc – Merlot Doc Colli Orientali del Friuli (ANFFAS Udine in collaborazione con l’azienda vitivinicola Bandut) e il Vino della Solidarietà – Uvaggio bianco Doc Collio (ANFFAS Gorizia).
Nel resto d’Italia, vi sono cooperative sociali che coltivano vigneti nelle terre confiscate alla camorra, come l’Associazione (R)esistenza Anticamorra con il suo Falanghina Selva Lacandona, al quale contribuiscono con il loro lavoro quotidiano minori dell’area penale e ragazzi a rischio. In retro etichetta ritroviamo la sua descrizione “Selva Lacandona ha il sapore schietto del riscatto sociale e dell’onesto lavoro agricolo, dell’impegno di tutti e di ciascuno”, e merita un plauso non solo per questo, ma anche per le sue caratteristiche organolettiche.
La Fattoria Sociale La Costa, nella provincia di Vicenza, coinvolge nel suo progetto persone affette da sindrome di Down, che si dedicano alla colorazione manuale delle etichette con stampini, così che ognuna di esse sia un pezzo unico ed irripetibile. Il vino è un Vespaiolo Superiore Doc biologico.
I vini quindi vanno oltre ogni confine: i confini geografici, artificio dell’uomo, sono superati dai vitigni che si estendono a vista d’occhio, ignari dei passaggi storici a cui sono soggetti; e i confini umani, che sono le limitazioni autoimposte nel mondo del lavoro (si può produrre se e solo se i capitali e il rendimento favoriscono questa scelta) sono superati dai valori di un’economia condivisa, che è davvero possibile creare se l’attenzione primaria è quella posta all’uomo invece che al solo profitto. Un’economia inclusiva si manifesta in queste terre. Un esempio di fraternità a cui guardare per proporre altre rivoluzioni economiche postpandemiche.












