Roza di Armenia. Dal crepuscolo dell’Unione Sovietica alla luce veneziana di Pordenone
Roza Ghazaryan impegnata nella preparazione di un costume durante un Carnevale di Venezia
Foto di Anna Airone - https://annaairone.art/
Abbiamo voluto ospitare in questo numero di Kadmos la storia della stilista e costumista armena Roza Ghazaryan, che rappresenta in modo emblematico la fertilità dell’incontro tra esperienze e culture, anche come opportunità per mantenere viva la bellezza della manifattura italiana.
In fondo a Corso Vittorio Emanuele II, nell’angolo più magnetico e veneziano di Pordenone, si trova il palazzo Rorario-Spelladi-Silvestri, ai più noto come Palazzo Cevolin. Risalente al primo ‘300, “nel Rinascimento fu dei nobili Rorario, diplomatici e letterati e nel ‘700 degli Spelladi (una fra le dodici casate più antiche di Pordenone) che garantirono fastoso alloggio agli ospiti ufficiali di Pordenone” (https://www.comune.pordenone.it/).
Qui, dopo il restauro del 2011 che ha portato alla luce “ricami” gotici, è oggi ospitata la Galleria Harry Bertoia. E qui, lontane dagli sguardi del grande pubblico, si annidano due “stanze segrete”: uno spazio intimo e ovattato tra pavimenti in seminato veneziano e affreschi settecenteschi. Tutt’intorno abiti e costumi, confezionati con cura filologica, evocano il sensuale tramonto barocco della Serenissima, con uno sgargiare di broccati, di colori luminosi che esaltano preziosi ghirigori sartoriali. La bellezza autentica degli ambienti soffonde la bellezza ricreata delle opulente feste veneziane. I confini tra il vero di queste stanze e il verosimile delle creazioni di Roza Ghazaryan, sono impalpabili, affidati alla sensibilità di questa stilista armena che qui ha preso dimora professionale, moderna vestale di una tradizione tornata in voga con la rinascita del Carnevale veneziano. Roza, per battezzare il suo Atelier pordenonese, ha unito il suo nome, italianizzato, con quello della città dove ha potuto incontrare la sua vocazione ed esprimere il suo talento, prima di stabilirsi a Pordenone. Ma la “Rosa di Venezia” potrebbe anche chiamarsi “Roza di Armenia”, ricordandoci come la storia della città lagunare sia profondamente legata fin dai tempi di Bisanzio al mondo armeno. Come a Venezia nel 1512 sia stato stampato il primo libro in armeno con la tecnica a caratteri mobili. E come nell’isola lagunare di San Lazzaro, già “lazzaretto”, si sia insediata agli inizi del Settecento una confraternita di monaci armeni fuggiti dalle invasioni turchesche. Furono questi padri a porre le fondamenta di quel monastero mechitarista destinato a diventare un centro mondiale di conservazione e diffusione della lingua, delle tradizioni, della cultura di un “popolo in fuga”: il primo ad adottare il Cristianesimo come religione ufficiale nel 301 d.C., dodici anni prima dell’Editto di Costantino.
Anche la storia di Roza passa per San Lazzaro degli Armeni, crocevia tra oriente e occidente, ma anche snodo esistenziale di una vita in continuo movimento, quasi romanzesca.
Roza Ghazaryan nasce a Yerevan, in Armenia, nell’ultimo scorcio dell’Unione Sovietica di Leoníd Il’íč Bréžnev. La luce sta per tramontare sull’immenso “impero” del comunismo. Tuttavia, senza turbare l’infanzia serena di Roza, che ha la fortuna di avere un padre “romanticone”, appassionato di viaggi. E anche la sola Unione Sovietica, con undici fusi orari e una superficie 73 volte più estesa di quella dell’Italia, può bastare per entusiasmanti divagazioni tra gli Stati che compongono il suo immenso mosaico di paesaggi, lingue, religioni, culture. Roza, con la sua famiglia, viaggia soprattutto tra l’Armenia, l’Ossezia del Nord e la lontanissima Bielorussia, dove trascorre lunghi periodi presso parenti. Già bambina manifesta una precoce passione per il disegno e la creatività manuale, inizialmente poco assecondata dalla famiglia.

Archivio di Roza Ghazaryan
Dense ombre, intanto, s’infittiscono sui luoghi della sua giovinezza. Il 26 aprile 1986 l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl sconvolge la Bielorussia. Nel 1987 scoppiano in Armenia le proteste di piazza del Comitato Karabakh, per richiedere a Mosca l’unione con il Nagorno-Karabakh. Il 7 dicembre un violento terremoto, con epicentro Spitak, devasta l’Armenia, provocando almeno 25.000 morti e mettendo in ginocchio l’economia del Paese. Il 9 novembre 1989 la caduta del muro di Berlino annuncia la fine del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che avviene ufficialmente nella notte tra il 31 dicembre 1991 e il 1° gennaio 1992. Sono anni che, soprattutto in Occidente, si annunciano pieni di speranza, sulle ali di parole nuove come Glasnost e Perestrojka. Ma in Armenia questa concatenazione di eventi porta depressione e povertà. Mancano luce, gas. L’inflazione galoppa. Un mese di stipendio vale una decina di dollari.
Per necessità la famiglia di Roza si separa. Lei nel 1993 si trasferisce dal nonno a Vladikavkaz. Sono meno di cinquecento chilometri da Yerevan, ma è un altro mondo, soprattutto per una giovane donna armena emancipata. Tuttavia, è proprio lì che Roza trova la sua strada, cogliendo un segno del destino che la riconcilia con la sua vocazione artistica. Un annuncio su un giornale la porta, infatti, a iscriversi al Liceo Acmeologico della Moda di Vladikavkaz, un ambiente che plasma il suo gusto estetico e dove comincia a prendere forma il suo percorso professionale. Lì apprende presto le basi del suo mestiere: cuce anche per la direttrice e gli insegnanti, distinguendosi per precisione e sensibilità artistica, rare alla sua età. Conosce intanto una stylist che ne coglie il talento e il pensiero creativo fuori dagli schemi: per le sue collezioni, presentate a Mosca, realizza capi originali, che richiedono libertà tecnica e insieme coraggio espressivo. Questa esperienza è una scuola di pensiero che accompagna i suoi primi passi nel mondo della moda.
Nel 1998 Roza ritorna a Yerevan, riunendosi con la famiglia. Qui trova impiego come assistente contabile presso il Mother and Child Health/Social Centre, un progetto avviato dopo il terremoto a Yerevan da una ONG italiana, l’Istituto per la Cooperazione Universitaria di Roma. Comincia a imparare l’italiano e l’inglese. E scopre di avere un capo ufficio appassionato di teatro e arte applicata, soprattutto ceramica. È il siciliano Antonio Montalto, console onorario a Yerevan, che si è impegnato con tempestività ad aprire una Scuola d’Arte per i bambini di Spitak colpiti dal terremoto.
La condivisa passione artistica le apre la strada per l’Italia, offrendole l’opportunità di accompagnare come interprete al Festival Internazionale delle Figure Animate di Perugia una rappresentanza dello Yerevan State Puppet Theatre: il Teatro di Stato delle Marionette. È l’inizio di una lunga stagione italiana, difficile da concentrare in poche righe. Da Perugia a Pordenone, nell’orbita dell’Electrolux. E poi Roma dove vive la sorella per cui Roza confeziona l’abito da sposa, “cucito su di me”. È una preziosa occasione per rispolverare il mestiere imparato in Ossezia del Nord, ritrovando la concentrazione tra le mani: “Chanel è pronto!”, così la chiamano scherzosamente a casa della sorella, per distoglierla dal lavoro quando è ora di pranzo.
Ma era stata soprattutto una cartolina mandata da Venezia, con lo sfondo del Palazzo Ducale, a far scoccare la scintilla dell’amore per l’Italia. “Lì devo andarci”, continuava a ripetersi tra sé, e finalmente riesce a realizzare il suo sogno. Tramite la comunità armena di Venezia, che si addensa intorno al centro culturale e spirituale di San Lazzaro, conosce la famiglia Tokatzian, proprietaria di una delle storiche gioiellerie della città, proprio in piazza San Marco. Qui trova impiego come commessa, ma non è la sua aspirazione. “La bellezza di una città sognata” può non bastare. Le mani e il cuore fremono di fare altro…
Ancora una volta è una circostanza a cambiare la traiettoria del suo destino. “La mia vita”, dice Roza, “è un mosaico di tessere che spesso s’incastrano miracolosamente. Di incontri quasi magici che hanno segnato la mia storia professionale e nei momenti più difficili mi hanno dato la forza di credere nel mio lavoro e di proseguirlo con passione.” Una conversazione intrattenuta durante un viaggio in treno le apre le porte di uno dei luoghi creativi della strana economia di Venezia. Diventa stilista e costumista nella società di Fabio Momo e della baronessa austriaca Elke-Romana von Schilgen, specializzata nella organizzazione di eventi improntati soprattutto sulla tradizione veneziana: quella tornata in auge con il rilancio del Carnevale più bello del mondo, ed esportata nelle feste esclusive dell’alta società, da Londra al Quatar a Dubai.
È un’esperienza fondamentale per la sua formazione, grazie alla libertà di azione e alla responsabilità concessele dalla nobildonna mitteleuropea, che crede in lei e la lascia fare, consentendole di misurarsi con un’esperienza irripetibile. Così Roza si mette in gioco con le lingue e le pubbliche relazioni. Ritrova il filo del suo mestiere. Cerca e trova tessuti pregiati nei suk del Medio Oriente o nella manifattura veneziana della famiglia Bevilacqua, che tramanda la sua arte almeno dal 1499, quando a Venezia 6000 telai producevano il velluto, impiegando migliaia di persone nei laboratori e nelle case. Ma i tempi sono cambiati, la manodopera in Italia scarseggia, così Roza riallaccia anche rapporti con artigiani della madrepatria, facendo la spola tra Italia e Russia.
L’intensa stagione con la baronessa von Schilgen le offre occasioni straordinarie: uno dei suoi costumi per il Carnevale di Venezia è acquistato dal nipote di Pierre Cardin, che poi commissionerà una serie d’abiti per le soirées del Maxim’s di Parigi. Più tardi conoscerà personalmente lo stesso Pierre Cardin, dietro le quinte di una produzione dedicata a Salvador Dalì, approdata a Venezia.
Diventa, inoltre, customista per eventi esclusivi: da una festa “monumentale” per la sceicca del Qatar Jawaher bint Hamad Al Thani, all’inaugurazione del Venetian Macao.
La sua carriera veneziana come stilista continua in altri laboratori, dall’Atelier di Antonia Sutter all’Atelier Flavia. Per un biennio è anche coordinatrice del Padiglione della Federazione Russa alla Biennale di Venezia. Organizza mostre personali a Venezia, presentando il suo lavoro in Italia, Russia, Emirati Arabi Uniti e Cina.
Nel 2009 realizza 85 costumi per il balletto “Le avventure di Cipollino”, prodotto dall’Accademia Nazionale di Danza di Roma, ispirato al romanzo di Gianni Rodari e con musiche del compositore armeno Karėn Surenovič Chačaturjan, noto per la colonna sonora di 2001: Odissea nello spazio. Per far sbocciare in scena questi complicati costumi, Roza inventa una tecnica innovativa brevettata in Italia con il nome “Petal Dresses”.
Sono anni instancabili, durante i quali s’iscrive all’Accademia di Belle Arti, specializzandosi in scenografia, e continua a disegnare i suoi abiti, come quello indossato da Miss Mosca nel 2016. Alcuni suoi costumi sono scelti anche per le riprese di Spider Man in piazza San Marco, dove la produzione la vuole in scena con una delle sue creazioni.
Ma sono anche anni di grande dispendio di energie e conflitti interiori, tra il bisogno quasi intimo di creare bellezza con le proprie mani e la necessità di confrontarsi con una mondanità troppo lontana dal suo vissuto. “Quando lavoravo come commessa nella gioielleria Tokatzian, soffrivo il contatto con un esagerato, a volte sprezzante benessere, portando ancora dentro di me il malessere vissuto negli anni duri dell’adolescenza. Soffrivo la continua insoddisfazione di chi ha tutto, fin troppo, e non smette di lamentarsi.”

Archivio di Roza Ghazaryan
Dopo aver attraversato quello che lei definisce “un periodo buio”, Roza ha ritrovato sé stessa nella piccola città “veneziana” che è stata tra le prime ad aver incontrato nella sua seconda vita in Italia e con la quale ha continuato a mantenere un legame profondo. La scoperta di Palazzo Cevolin, a Pordenone, ha rimesso in circolo il suo entusiasmo, la voglia di aprire una sua “bottega”. “La prima volta che sono entrata in queste due stanze sono rimasta affascinata dalla loro atmosfera e dalle storie non dette che echeggiavano tra queste mura. È stato amore a prima vista. Ho sentito che questo luogo è un gioiello nascosto e doveva essere condiviso, celebrato e riportato in vita attraverso l’arte, la cultura, gli incontri tra persone.”
Qui Roza custodisce e ha ambientato una sua splendida collezione di una cinquantina di costumi veneziani del periodo barocco, da lei creati durante gli anni trascorsi nella città lagunare. “Ripartire” – spiega – “significa per me, in questo momento, avviare un’attività di noleggio, di organizzazione di piccoli eventi, mettere a disposizione come scenografia narrativa questo luogo elegante e autentico, che sa ancora parlare all’anima. Mi piacerebbe riprendere anche il mio lavoro di stilista. Ma non è facile. Qui sono sempre più rare le sartorie vere, come in genere quegli artigiani che hanno fatto l’Italia. Sono convinta che sarebbe proficuo per tutti allacciare rapporti di collaborazione con Paesi come l’Armenia, dove ancora sopravvive quella sensibilità artigianale che fa bene alle case, agli abiti, alla vita. Far venire qui gente da fuori che contribuisca a mantenere vive le tradizioni manifatturiere dell’Italia. È importante che gente nuova del mondo circoli nel mondo, per conservarne le molteplici radici e farlo rinascere ogni giorno”, chiosa con una riflessione di saggezza cosmopolita.
Anche se Roza ha conosciuto i luoghi e i riti del lusso e della ricchezza, nella fierezza del suo sguardo lascia trasparire un velo di malinconica umiltà. Sa che quello che conta è la bellezza. E sa che la bellezza non è fatua. Si conquista con disciplina, fatica, a volte malessere. È rigore e sostanza durevole. Come i muri affrescati delle sue due stanze pordenonesi che odorano di secoli, o come il colore puro della seta dove per un attimo vibra la luce eterna della sera.

Fito di Alessia Belakur
Si ringraziano per la realizzazione di questo articolo:
Atelier Rosa di Venezia
Anna Airone
Alessia Belakur
Villa Manin Guerresco
Di seguito una galleria d’immagini dedicate al lavoro e alle creazioni di Roza











