In questo testo critico ricco di passione e rigore Scarponi analizza l’opera benjaminiana dalle prime annotazioni della gioventù berlinese agli scritti pubblicati nella maturità, dai carteggi agli ultimi appunti sparsi e salvati dalle macerie della storia europea. Il quadro ermeneutico che ne emerge è una linea di pensiero per nulla discontinua, sebbene la frammentarietà della sua forma come della prassi scritturale, l’abbia fatta tale ritenere a una pluridecennale sequela di lettori e critici.

Il libro – ci spiega l’autore – è diviso in tre capitoli. Nel primo egli indica le fondamentali esigenze del pensiero di Benjamini: l’incessante, reciproco richiamarsi del problema del linguaggio con quello della storia, «mediati dalle riflessioni giovanili intorno alla pittura, capace di esprimere la discontinuità inaggirabile di simbolo e allegoria, di spirituale e mitologico, di verità e conoscenza». Il secondo capitolo presenta due sezioni. Nella prima l’autore illustra «la feroce critica del concetto di esperienza offerto dalla filosofia moderna, alla cui base Benjamin vede un fondamentale principio di violenza». L’itinerario esamina testi mai considerati dalla sterminata letteratura critica su Benjamin, chiarificando la sua strettissima affinità con Franz Kafka. La seconda sezione è interamente dedicata alla riflessione benjaminiana sul linguaggio: «Insistendo sui richiami che intrecciano fra loro gli scritti sul linguaggio e quelli sull’astrologia, da una parte, e i verbali degli esperimenti con la droga, dall’altra, è possibile ricavare il coerente compimento di ciò che già nella sua Origine del dramma barocco tedesco era indicato come l’”arte del geroglifico”, espressione dell’infanzia edenica e pre-linguistica che ogni conoscenza si sforza di attingere». Il terzo capitolo coglie l’analogia sotterranea che unisce i tre capolavori benjaminiani – la tesi di dottorato sulla critica romantica, il libro sul Trauerspiel e quello, incompiuto, su Parigi. Comparando il concetto barocco di allegoria e la concezione della critica dei romantici tedeschi, Benjamin indica la continuità teorica tra il Barocco e il Romanticismo, scorgendo in questa continuità un’insostituibile lente per affrontare il problema della storia, legato a quello del messianismo e, quindi, della politica.

Il giovane e valente autore, laureato in filosofia, allievo di Flavio Cuniberto e Massimo Cacciari, ricostruisce in questo modo, pagina dopo pagina, un tracciato mentale articolato e coerente, con rivelazioni inattese, come la sottolineatura di alcune ossessioni benjaminiane dal sapore nitidamente kafkiano, illustrando i principali motivi speculativi, i flussi ispiratori e i molti autori ai quali lo stesso Benjamin in vita si “legò”.

Al fraintendimento, più o meno parziale, dell’opera benjaminiana ha probabilmente contribuito, secondo l’autore, la grande celebrità postuma dell’autore. Egli per questo, che si è avvalso – come spiega in premessa – delle indicazioni itineranti di una guida con l’esperienza di Giorgio Agamben, ha scelto un percorso innovativo, o per alcuni versi irregolare, quello cioè di rifiutare la cosiddetta vulgata materialista per offrire uno sguardo più ampio, condividendo col lettore un orizzonte insperato dalla vetta. Il mito, la fantasia, o le “erranze angeliche”, la cui ricerca – condotta da Benjamin anche grazie al fecondo scambio intellettuale con Gershom Scholem – è venata a tratti dall’incurabile malinconia che nasce dalla consapevolezza di un’infanzia perduta, si discosterebbero dunque da una prospettiva escusivamente immanente, terrena, raziocinante.

In questa prospettiva di inedito scandaglio Scarponi individua e analizza le ‘ascendenze’ e le ‘discendenze’ di Benjamin, facendo riemergere il suo dialogo con autori e correnti di pensiero ricorrenti nelle sue pagine: dalla mistica ebraica all’ermetismo cristiano, fino ai romantici e ai suoi contemporanei. Non manca anche un bilancio della critica contemporanea, soprattutto italiana e francese. Il berlinese e poi parigino Benjamin – attraverso le categorie costitutive della propria ebraicità – appare, come già detto, “legato” al praghese Kafka, e per essi la razionalità prussiana si lega all’incanto mitteleuropeo. Ecco dunque affacciarsi in lui le medesime ossessioni di K. – il padre, la donna, la Legge, il senso di colpa, la Presenza ineffabile – riannodate lungo più volte menzionate “catene di generazioni” – e, con esse, di ricordi ed esistenze – che evocano la ricezione cabbalistica e una sorprendente visione gnostica. Tutto ciò al cospetto della ragione occidentale, decadente, poi soffocata dal sacrificio del secolo XX, nella necessità di vedere con i propri occhi oltre che di credere col proprio cuore, intima e lacerante oscillazione tra la fedeltà all’etica dei padri e il desiderio di trasgressione (di una vita compiuta), che animò le fughe di questi due autori così apparentemente diversi e in realtà così simili.

Tommaso Scarponi, Benjamin e l’incanto, Milano, Jouvence, 2021, pp. 229.