“Instancabile amante dei viaggi, ama muoversi prevalentemente a piedi, senza mai separarsi dal suo Carnet de voyage illustrato.

Traduce su carta le sue esperienze di viaggio con matite, inchiostri, acquerelli e parole. Parte integrante e distintiva della sua tecnica illustrativa è l’integrazione con la calligrafia. Ama illustrare le nebbie della Mittel-Europa, il suo viaggio in Africa e le calde atmosfere delle struggenti estati mediterranee.”

Così si presenta Giampiero Celäni – pittore, illustratore, designer – cogliendo in poche ed esaurienti parole la sua essenza artistica. Nato in Italia, profondamente legato per le sue radici famigliari a Salisburgo e alla Stiria dove nello Schloss Hainfeld ha trascorso tante estati della sua infanzia, oggi Giampiero si divide tra l’Italia, Parigi e Vienna, con frequenti incursioni a Trieste e in Friuli Venezia Giulia. Nei caffè della città giuliana “ritrova l’atmosfera viennese, fusa alchemicamente con l’Italia.”

A giudicare dalle sue eleganti illustrazioni di viaggio, Giampiero è un Wanderer: ama muoversi a piedi, a passo lento, contemplativo, spaziando dalle città mitteleuropee con i loro scorci Art Noveau ad assorti paesaggi del Marocco, dalle foreste di conifere dell’Austria al Mediterraneo, regalandoci paesaggi spesso scaldati dall’ocra, dove brillano intarsi di zaffiro e di turchese.

A volte sembra consegnare il suo sguardo a quello di tante figure delle sue tavole, intraviste pudicamente davanti ai silenzi di vasti orizzonti: può così trasformarsi in un tuareg o in un cerbiatto, o possiamo calarci dentro i suoi occhi mentre scende i selciati di una città dal misterioso nome di Cerznopoli. In questi momenti, silenziosi e crepuscolari, sembra che il suo viaggiare diventi rifugio, anche se per lui il vero rifugio è un luogo “dove il mondo non può seguirmi, neanche gli amici più intimi: la pittura”, l’onda lunga del viaggio.

Giampiero Celäni è, insieme, artista sensibile e artigiano intransigente, attento al più minuzioso dettaglio, come testimoniano le sue collaborazioni come designer con L.G.R., marchio che propone preziosi occhiali fabbricati a mano, nei suoi store di Milano, Roma e Firenze.

Per L.G.R., Giampiero ha firmato sia progetti d’interior design, sia alcuni prodotti originali.

Tra la sua eclettica produzione, colpiscono, in particolare, i Carnet de voyage, dove le parole concorrono alla qualità estetica della composizione: sono tessuto grafico nobilitato da una ricercata calligrafia. Le sue note poliglotte – in italiano, tedesco, francese, inglese – si fondono nei suoi taccuini con i suoi tratti e i suoi colori, ora accesi come smalti del Mediterraneo, ora tenui come i cieli di quella Mitteleuropa che Giampiero sente e ama profondamente.

Si ritrova in particolare in una citazione di Milan Kundera: “La Mitteleuropa non è uno Stato. È una cultura o un destino. I suoi confini sono immaginari e devono essere ridisegnati al formarsi di una nuova situazione storica.”

La domanda è ineludibile. Giampiero, cosa significa per te “Mitteleuropa”?

La Mitteleuropa è uno stile, un senso della misura, un modo di guardare il mondo e di essere nel mondo, di coltivare la bellezza nella sobrietà e la sobrietà nella bellezza. È civiltà che rispetta la cosa pubblica e la natura, è cura delle tradizioni locali e sensibilità verso il preesistente. È gusto della vita che coniuga intimità e propensione al dialogo. È capacità d’incontrarsi con gli altri e di ascoltare. È un sentimento chiaro dentro di me, al quale tuttavia è impossibile mettere confini.

“Approfittando” del tuo sguardo di artista-viaggiatore, secondo te quali sono le forme e quali sono i colori della Mitteleuropa?

Le forme sono misurate, la bellezza della Mitteleuropa è vestita di discrezione, non ostentata, spesso si cela in cortili quasi misteriosi, o è ravvivata da particolari preziosi: cupole, bovindi,  balconi, insegne, fontane, la grazia dei fiori. Il colore della Mitteleuropa è l’ocra, che riscalda paesaggi tenui, ovattati, immersi nel mistero delle brume. Per me è anche il seppia dei fogli.

In un’epoca “digitale” e veloce come la nostra, dove tutto si consuma nei tempi rapidissimi di Instagram, quali sono il senso e la gratificazione dei tuoi Carnet de voyage, che sembrano guardare il mondo da un’altra epoca? Una curiosità: queste tavole sono realizzate in loco o sono soprattutto lavoro di post-produzione? 

Certamente, attraverso i carnet recupero il bene più prezioso: il mio tempo. Le tecniche che uso impongono lentezza. I miei lavori sono in parte realizzati sul posto – en plein air, per dirla alla francese – in parte rifiniti a casa, magari durante l’inverno. Ma il contatto con la realtà resta imprescindibile. Anche quando faccio un ritratto non mi accontento di una fotografia. Devo conoscere il soggetto, devo conversare con la persona.

Non sono, tuttavia, un nostalgico legato ciecamente al passato: prendo il meglio che la contemporaneità mi offre. Instagram, per esempio, è un ponte verso il mondo e permette di far conoscere i miei lavori anche all’esterno del mio studio o del mio Carnet de Voyage.

Trieste, mi sembra di capire, è un luogo dove ti fermi, uno dei poli importanti della tua vita, insieme con Vienna. Tra le tue illustrazioni abbiamo particolarmente apprezzato un acquerello di Duino, con una resa straordinaria del mare. Che cosa ti lega a Trieste e a questa parte del Friuli Venezia Giulia? Qual è, secondo te, lo spirito del capoluogo giuliano?

Trieste è il “mio mare”, ci tengo a sottolinearlo, è un legame fisico, viscerale. E con Trieste Miramare, la vicina Duino, questa parte meravigliosa di Adriatico. La mia stessa mail personale è un omaggio al poeta Rilke e alle sue Elegie duinesi.  Trieste, poi, negli ultimi tempi è decisamente migliorata. Più di vent’anni fa la bellezza dei suoi palazzi classici e Art Noveau – anche allora incontestabile – era offuscata da una patina grigia. Oggi questi stessi palazzi, anche grazie al bonus facciate, stanno riacquistando i colori pastello della Mitteleuropa: gli ocra, i celesti, i grigi caldi e perlacei, quelle tonalità che rendono la città luminosa, valorizzando il suo spirito insieme garbato e ospitale.

Sono anche molto legato all’Istria, soprattutto all’Istria centrale, più interiore, mitteleuropea e lontana dalla venezianità della costa. Anche con questa penisola s’intreccia la storia della mia famiglia.

Gorizia – con la capitale morale Aquileia – è il luogo dove nasce la rivista Kadmos, e sarà con Nova Gorica Capitale Europea della Cultura. Noi, come ICM (Istituto per gli Incontri Culturali Mitteleuropei) puntiamo molto a valorizzare la nostra città e il nostro territorio, come punto d’incontro tra Mediterraneo, Mitteleuropa, Balcani. Hai “incontrato”, innanzitutto, Gorizia nei tuoi viaggi? E come percepisci questo angolo nord-orientale d’Italia?

Conosco bene Gorizia, non solo occasionalmente. La considero una città gioiello della Mitteleuropa. Sicuramente il luogo più mitteleuropeo del Friuli Venezia Giulia. Un luogo che ha visto flussi e riflussi, dove sono meravigliosamente sedimentate le risacche della storia.

L’imperatrice Maria Teresa d’Austria lodava Gorizia. Durante una visita al Castello di Chambord nella Valle della Loira (ndr: dove si trova la scala a doppia elica forse ispirata dall’ingegno di Leonardo) fui colpito da un dipinto che rappresentava Gorizia, destinata ad accogliere gli ultimi reali Legittimi di Francia. Gorizia ha avuto una straordinaria importanza storica, adombrata e vilipesa da un recente passato. Certi cortili interni, oggi un po’ trascurati e decadenti, aprono improvvisi scorci che ricordano angoli di Graz o Salisburgo. La “misura” urbanistica della città, le sue dimore ocra, come Palazzo Coronini Cronberg, immerse in parchi quasi mediterranei, il suo Ghetto, evocano variamente le atmosfere della storica Contea e della “Nizza d’Austria”. Certe strade alberate, come corso Italia o viale XX Settembre, mi riportano in quartieri di Vienna come Hietzing. A Gorizia ho anche esigue, lontane radici. Da parte materna, infatti, sono parente alla lontana della famiglia estinta degli Hammer-Purgstall, originariamente solo Purgstall. L’ultimo discendente degli Hammer-Purgstal morì in combattimento nella Pasqua del 1945, vicinissimo al castello di Hainfeld, luogo che tante volte ho disegnato e dipinto. Uno dei suoi predecessori Wenceslao Carlo del S.R.I. conte di Purgstall, dal 1741 al 1747 fu luogotenente della Contea di Görz/ Gorizia per conto dell’impero. Sulle sue tracce a Gorizia, ebbi occasione di visitare la magnifica Chiesa di Sant’Ignazio, con le due torri campanarie sovrastate da cupole a cipolla. Al suo fianco, mi colpì tuttavia la violenza quasi “brutalista” dell’edificio (ndr: oggi sede INPS) costruito dopo l’abbattimento nel 1936 del settecentesco Collegio dei Gesuiti. Uno dei tanti scempi del nazionalismo italiano nel Novecento che ha soffocato lo spirito di Gorizia. Nella stessa piazza – chiamata discutibilmente “della Vittoria” dopo essere stata piazza Grande e Travnik (ndr: prato) qualche tempo fa, ho scoperto un meraviglioso cortile con arcate rinascimentali che stavano purtroppo marcendo. Gorizia, attraverso iniziative come GO! 2025 ma anche come la vostra rivista Kadmos, dovrebbe riscoprire la sua identità plurima, trovare il coraggio di valorizzarsi: personalmente la reputo la più bella città del nord-est d’Italia.

Certo, come spesso mi ripetono amici imprenditori nel settore vitivinicolo del Collio, i goriziani di oggi sono ostinatamente statici, chiusi al mondo e al futuro, spesso anche alle collaborazioni transfrontaliere, a dispetto della loro stessa storia. Forse per questo, penso, Gorizia avrebbe bisogno di stimoli esterni, come avvenuto per esempio in alcune zone della Toscana, prime fra tutte il Chianti e la Val d’Orcia, fino a una trentina d’anni fa terre depresse di emigrazione, poi diventate miti del turismo culturale ed enogastronomico, grazie a investimenti inglesi, tedeschi, americani. Sarebbe tuttavia preferibile che, a Gorizia, il cambiamento cominciasse da dentro, senza correre il rischio di trasformare questo territorio in uno stucchevole resort artificiale

Per questo auspico di cuore che si trovi un punto di equilibrio tra un’antica (e un po’ perduta) cultura locale e una nuova energia: un mittelpunkt che potrebbe fare la grande differenza.

Sotto, alcune pagine dei Carnet di voyage dedicati alla Mitteleuropa.