Si ringrazia per la gentile collaborazione Gian Piero Brovedani, direttore della Scuola Mosaicisti del Friuli.

Ha superato i cent’anni, ma non li dimostra.

L’impatto con la Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo comunica un senso di luminosa modernità. Si percepisce, avendola conosciuta almeno tre decenni prima, come sia oggi un cantiere vivo, “naturalmente” dinamico, che ogni giorno si rinnova. Anche la sua morfologia si trasforma e si amplia, come un organismo che ingloba sempre più fabbricati, tra cui le ex sedi della Società Operaia e della Caserma dei Carabinieri, ristrutturate per diventare luoghi espositivi.

La palazzina un po’ sbiadita, lungo la strada, di trent’anni fa, è così cresciuta come un campus che abbraccia una piazza dove il mosaico parla con il suo linguaggio multiforme e con i suoi colori vivi e scintillanti: delimitato dagli edifici della Scuola, questo spazio esterno è destinato ad accogliere eventi e momenti d’incontro, e sarà presto impreziosito da una pavimentazione musiva. Oggi, intanto, ospita opere che esprimono le potenzialità monumentali del mosaico: autorevoli colonne, una moderna scultura discoidale, alberi vitrei e multicolori, una riproduzione quasi a grandezza naturale di Guernica di Picasso e, appena installata, una meridiana con le cromie dell’arcobaleno, intorno alla quale indugiano degli allievi con un maestro, impegnati in un confronto animato e critico sul manufatto.

Un maestro discute con gli allievi sull’opera appena realizzata.
Foto di Romeo Pignat

Questo convegno spontaneo davanti alla nuova realizzazione è il biglietto da visita del luogo e, soprattutto, del genius loci che avremo occasione di cogliere nelle sue molteplici sfaccettature durante l’incontro con il direttore Gian Piero Brovedani e con il suo invincibile entusiasmo. Ci spiega – anzi ci spiegherà a fine visita – come la sua carriera presso la Scuola sia cominciata casualmente nel 1993, con un incarico che doveva essere a scadenza, ma è stato invece “prorogato” per sua scelta, trattenuto dalla malia e dalla forza di gravità di questo luogo.

Va ricordato ai lettori che la Scuola Mosaicisti del Friuli è stata fondata nel 1922 per rispondere a uno stringente bisogno economico e sociale: formare tanti ragazzi dello Spilimberghese che intraprendevano i mestieri di mosaicisti e terrazzieri. Il loro destino era seguire la strada dell’emigrazione percorsa dai loro avi, che già nel XVI secolo si spostavano verso la Serenissima, la patria dei seminati meglio noti come “pavimenti alla veneziana”, ma anche l’eterno cantiere artistico e spirituale della Basilica di San Marco, con l’immenso patrimonio di mosaici da mantenere e restaurare.

Un’immagine della Scuola alle sue origini, frequentata soprattutto da giovani allievi, rigorosamente maschi e pronti per emigrare come terrazzieri e mosaicisti.
Foto di Romeo Pignat, per gentile concessione della Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo

Una Scuola, dunque, depositaria di una tradizione, ma al tempo stesso capace fin dalle origini di guardare al futuro dei giovani e di offrire loro concrete opportunità, anche con proposte già allora innovative, come l’insegnamento del francese e dell’inglese negli autarchici anni Venti.

Un secolo dopo lo spirito non è cambiato e – accanto ai corsi base come mosaico, terrazzo, geometria applicata – non mancano computer grafica e modellazione digitale. La missione della Scuola è tramandare una tecnica unica e manuale, una preziosa artigianalità ancora musicata dai ticchettii della “martellina”, coniugandola con nuovi approcci professionali che spingono nelle direzioni del design e della sperimentazione. Sempre con rigorosa attenzione a tempi, metodi, costi, organizzazione, per consolidare una profonda coscienza del mestiere. L’obiettivo, infatti, è formare professionisti in grado di affrontare subito e in modo autonomo il mercato del lavoro. “Per la nostra Scuola non conta soltanto il ‘sapere’, conta soprattutto il ‘saper fare’. Tutti i nostri studenti”, spiega il direttore, “una volta usciti dalla Scuola trovano o si creano un’occupazione. Anche il numero dei diplomati deve contribuire al sano equilibrio tra domanda e offerta nel nostro settore. Per questo cerchiamo di essere razionalmente selettivi, soprattutto nella prima fase del percorso di formazione triennale.”

Il direttore Gian Piero Brovedani mentre illustra una mostra appena allestita nella Scuola.
Foto di Daniele Tibaldi

Al primo corso professionale sono ammessi una quarantina di studenti, di età compresa tra i diciotto e i quarant’anni, in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore. Alla conclusione del terzo anno i diplomati si riducono a circa la metà del gruppo iniziale. La provenienza degli studenti è eterogenea, sia culturalmente sia geograficamente. Frequentano la Scuola non solo allievi con retroterra artistico o artigianale, ma anche provenienti da licei o istituti tecnici. Né mancano gli adulti che aspirano a un riposizionamento lavorativo o che perseguono la realizzazione di un sogno abbandonato per molto tempo in un cassetto.

L’anno scolastico 2022-2023, ha visto iscritti alla Scuola di Spilimbergo studenti provenienti da una dozzina di Nazioni, il 70% dall’Italia, e il 48% in particolare dal Friuli Venezia Giulia. Colpisce la forte presenza femminile, che si attesta sul 70% ed è enfatizzata dal confronto con le foto degli anni Venti, che raccontano aule affollate da soli maschi, pressoché adolescenti.

Un laboratorio della Scuola, dove si può notare la forte presenza femminile.
Foto di Daniele Tibaldi

“La nostra Scuola, nella sua configurazione attuale”, precisa ancora Gian Piero Brovedani, “è figlia della Legge regionale 28 marzo 1988, numero 15, uno strumento legislativo che ci consente autonomia strategica e gestionale, ponendo particolare attenzione al nostro territorio e al suo sviluppo. L’unicità della nostra Scuola, il suo primato in Italia e nel mondo, consiste proprio nel fertile rapporto con l’humus che l’alimenta: è concepita come una sorta di ‘bottega madre’ che si collega con le realtà artigianali musive del Friuli Venezia Giulia, garantendo quella continuità produttiva che va oltre le esperienze dei singoli, il ‘saper fare’ tramandato di padre in figlio, diventando patrimonio ereditato e rielaborato da un’intera Comunità. 

Questo legame virtuoso con le imprese, spesso create proprio dai nostri allievi, fa sì che la forza della Scuola del mosaico sia legata a filo doppio alla vitalità della Terra per eccellenza del mosaico, il nostro Friuli Venezia Giulia.”

Stando ai fatti e ai numeri, questa politica ha dato i suoi frutti. Così, dopo decenni di declino che hanno visto la quasi assenza per lunghi periodi d’imprese di mosaicisti nella nostra Regione, si assiste a un rilancio della tecnica musiva, che trova svariate applicazioni in campo artistico, architettonico-urbanistico e nel design, spaziando dalle grandi opere ai complementi d’arredo. In questo clima di rinnovamento, sono oggi fioriti in Friuli Venezia Giulia una sessantina di laboratori di mosaicisti, che operano in tutto il mondo, con una solida base nel nostro territorio.

Stefano Lovison e Gian Piero Brovedani, rispettivamente presidente e direttore della Scuola Mosaicisti del Friuli, dialogano con Romeo Pignat, direttore artistico di Kadmos.
Foto di Daniele Tibaldi

Qui, infatti, oltre alla Scuola, gli imprenditori trovano altri punti di riferimento essenziali per la loro attività. Qui i nostri fiumi – il Tagliamento, il Cosa, il Meduna, il Cellina – continuano a trascinare nel loro corso quei sassi multicolori che sono stati per secoli e sono ancora oggi la materia prima del mosaico artistico lapideo. Qui molte aziende di lavorazione della pietra e del marmo garantiscono le forniture di materiali, spesso racimolati dagli scarti produttivi. Qui non mancano i produttori di smalti, ottenuti sia tramite le antiche tecniche di fusione, sia con i più moderni processi di sinterizzazione, a più bassa temperatura e a minor impatto ambientale. Sono imprese di Spilimbergo e di Sequals, cui si aggiunge magari la storica Fornace Orsoni, fondata da Gian Domenico Facchina di Sequals, l’ultima di Venezia che produce mosaici a foglia d’oro, oro colorato e smalti con le stesse “ricette” di fine Ottocento.

L’esistenza, di fatto, di una rete d’imprese vicine le une alle altre consente, soprattutto, di lavorare insieme, secondo quella logica di condivisione e organizzazione trasmessa dalla Scuola di Spilimbergo. Perché la pratica del mosaico si confronta spesso e volentieri con grandi opere, da “posare” in tempi stretti nei luoghi più disparati del mondo, facendo convergere i contributi di più mosaicisti, che devono essere in grado di operare come un’orchestra, perseguendo un’armonia che in questo campo si conquista nello spazio piuttosto che nel tempo.

L’esterno della Scuola testimonia l’impegno di maestri e allievi nella realizzazione di opere monumentali.
Foto di Daniele Tibaldi

“Insieme” è anche la parola chiave che impronta la Scuola nella sua architettura istituzionale, espressione di un Consorzio che raggruppa una sessantina di Soci: dalla Regione Friuli Venezia Giulia, a molti Comuni, Enti camerali e di rappresentanza delle attività produttive, tutti compresi in ambito regionale. Questa sinergia si rispecchia anche nella provenienza delle risorse che sostengono il sistema, affluenti in parti pressoché uguali dalla Regione, dai Soci, e dalle attività imprenditoriali della Scuola, impegnata 365 giorni all’anno su tre fronti: formazione, promozione, produzione. Preparare con serietà e passione i mosaicisti del futuro. Far conoscere con mostre ed eventi in Italia e all’estero la propria vocazione e la propria eccellenza, per continuare a essere un polo attrattivo per l’alta formazione artistica e artigianale. Creare grandi opere in tutto il mondo, come avvenuto nello storico passato e come continua ad avvenire oggi: da Roma a Gerusalemme, da Shirahama a New York. Una realtà viva e caleidoscopica, dove si superano continuamente le frontiere tra l’insegnare e l’imparare, tra il sapere e il saper fare, e dove una forza vitale fluisce nei corridoi ammantati di segni, di forme, di colori, di vibrazioni di luce, di un filo d’inestinguibile bellezza che collega epoche remote a progetti aperti, che raccontano una ferma volontà di futuro.

Le scale che collegano i due piani della Scuola, un’eloquente dimostrazione della maestria dei mosaicisti e terrazzieri.
Foto di Daniele Tibaldi