Una suggestiva immagine del fiume Vipava-Vipacco presso le sue sorgenti nell’omonimo borgo

Sabato 2 maggio 2025. La Stazione della Transalpina pullula di turisti: visite organizzate, gite scolastiche, un gruppo senile di ciclisti equipaggiati da marziani transfrontalieri, che provano il brivido di percorrere il nuovo sottopassaggio ferroviario tra due mondi vicini e lontani.

L’effetto di GO! 2015 non passa inosservato. Una strana ebbrezza vibra nell’aria. Una felicità dimenticata, in questo posto, almeno dal 1947: quando su questa piazza di promettenti transiti tra il Mediterraneo e la Mitteleuropa calò la scure del Muro di Gorizia.

Anche salendo al convento della Castagnavizza, l’atmosfera è gioiosa: lo fa presagire l’insolita fila di auto parcheggiate lungo l’erta. La primavera scorsa, nello stesso periodo, ero solo a visitare le tombe degli ultimi Borbone di Francia. Qui, oggi, la compagnia non manca e continua anche nel giardino di rose antiche Bourbon abbracciato dal candore conventuale. Sulla collina che guarda il Castello di Gorizia, un tripudio di profumi e una palette vegetale di colori bianco-rosa-rosso inebriano i vocii di una folla sparsa di curiosi: sloveni, italiani, austriaci. Ancora insieme, di nuovo, come “una volta”: una volta lunghissima di secoli.

Qualcuno guarda il panorama e indica il minareto della vicina neo-islamica Villa Lasciac costruita agli inizi del Novecento e quasi sprofondata nell’esotico parco, a ricordarci che lì il visionario goriziano Antonio Lasciac lasciò per sé un ricordo di un’onorata carriera tra Alessandria e Il Cairo, dove era l’architetto di corte dei kedivé, i pascià d’Egitto.

Qualche altro medita, solitario, seduto sui gradini, alla fine di un imbuto olfattivo. La tavolozza multicolore sfuma in una neutra penombra che avvolge l’homo cogitans, sospeso nel suo tempo interiore con tanto di cappello.

Nel roseto fiorito della Castagnavizza
Foto di Romeo Pignat

Quasi a evocare, questa immagine, l’ambiguità di Gorizia-Nova Gorica. La fisicità del suo verde prorompente, solido e liquido, che si sfalda in compassati muri grigio-ocra. La gioia che va a braccetto con la malinconia sotto i platani dei controviali di corso Italia. Una strana coppia che ogni tanto si ferma, per discutere se sia meglio prendere la direzione della primavera o quella dell’autunno.

Ma è tempo di proseguire, non prima di aver dato un ultimo sguardo a Nova Gorica, da questo osservatorio privilegiato: da quassù si comprende quanto l’astratto sogno urbanistico dell’avvenire socialista sia oggi irrorato di linfa verde. A quasi ottant’anni di distanza dalla posa della prima pietra di questa città di fondazione, orgoglio della Jugoslavia di frontiera, i boschi frattanto cresciuti avvolgono la piccola Brasilia slovena, ammorbidendo e dissipando le rigide geometrie della sua infanzia. Anche i cosiddetti “matitoni”, intravisti tra gli alberi dall’altura della Castagnivizza, acquistano ritmo e movimento, e i loro tetti a doppia falda sembrano colorare i variegati sbuffi di vegetazione regalati da questa calda primavera.

Veduta panoramica di Nova Gorica dalla Castagnavizza
Foto di Romeo Pignat

Lasciamo questo assaggio di Nova Gorica, per proseguire verso la nostra odierna meta: la Valle del Vipacco. Dopo una breve passeggiata dentro il rurale borgo fortificato di Vipavski Križ-Santa Croce di Aidussina, baluardo della Contea di Gorizia contro le invasioni turchesche, ci attende Vipava-Vipacco, la storica capitale dell’omonima Valle.

La cittadina è avvolta in un verde luminoso, sonnolento, quello del parco dei conti Lantieri, che prospetta sull’elegante palazzo barocco, costruito nel 1659 e oggi sede della Scuola di Viticoltura ed Enologia dell’Università di Nova Gorica, che non a caso ha scelto questa valle, oggi sempre più attestata tra i paradisi enologici d’Europa, eppure ancora capace di una sua rustica indifferenza, non ancora invasa dalle solite torme di presunti sommelier per un giorno, come accade in altre rinomate plaghe vitivinicole.

Oggi questo parco è l’anticamera di Glavni Trg, la “piazza principale” del paese. È uno spazio aperto e pubblico, che nel suo perimetro fa anche da parcheggio. Ma noi dobbiamo immaginarlo nel XVIII secolo, raccolto in un’intimità privata, con il parterre attraversato dalla nobilità confabulante di mezza Europa, cui si mescolavano intellettuali, artisti, scrittori, come Carlo Goldoni. È probabile, allora più che oggi, che tra quelle fronde si mischiassero le lingue: italiano, tedesco, francese. Magari vocii di sloveno e frammenti di friulano dalle più distanti case del popolo.

Glavni Trg, la “piazza principale” di Vipava-Vipacco
Foto di Romeo Pignat

Qualche tempo fa la contessa Carolina di Levetzow Lantieri Piccolomini, che accoglie ospiti, turisti ed eventi nel nobile palazzo Lantieri di Gorizia, ci aveva raccontato che dalla sua dimora goriziana il nonno sarebbe potuto partire a cavallo e arrivare fino a Lubiana, senza mai uscire dalle sue proprietà. Lo immagino ritemprarsi nei suoi manieri nella Valle del Vipacco, strada facendo: nel castello di Branik-Rihemberg-Rifembergo, nella secentesca villa Zemono alle porte di Vipava-Vipacco, oggi ristorante di charme e regno incontrastato dello chef stellato Tomaž Kavčič, che ha voluto chiamare il luogo “Zemono +”, con un’interessante giustificazione sul “+”: “Ho dedicato buona parte della mia vita a Zemon. È lì che sono nate le mie idee migliori. Non ho mai trovato la risposta al perché, ma in quell’ambiente, nella valle del Vipacco, dove si incontrano le culture germanica, romanica e slava, dove si avvertono gli influssi dei Balcani, secondo me c’è quel “qualcosa” in più, un plus.”

Noi, “+” umilmente, ci accontentiamo di una sosta fast food nel parco di Vipava-Vipacco, proprio davanti a Palazzo Lantieri. Qui, tuttavia, anche il “fast” è destinato a diventare “slow” e l’ombra degli ippocastani contribuisce alla magia. La giovane cameriera del Jolly Vipava Bar & Grill si avvicina con giganteschi hamburger autoctoni, accompagnati da freschi calici dell’altrettanto autoctono pinela. A dispetto degli inspiegabili nomi ispanici del menù – la mia scelta casca su “El Clásico” – la materia prima non cede ai compromessi della globalizzazione: “me gusta mucho!”.

La facciata del barocco palazzo dei conti Lantieri, principale monumento storico-artistico di Vipava-Vipacco
Foto di Romeo Pignat

La carne, infatti, proviene da bovini che trascorrono beati l’estate sui verdi pascoli del vicino Monte Nanos, quasi incombente sul borgo e sfiorato dalla Selva di Tarnova e dalla Selva di Piro, che ammantano un tormentato altopiano carsico. Questo immenso impluvio di piogge appartiene già alla dorsale delle Alpi Dinariche che da qui proseguono fino in Albania, attraversando gran parte dei Balcani. Lassù, a pochi chilometri dalla nostra pausa, il calcare è crivellato dalle acque che formano crepe, campi solcati, grotte e foibe, alcune passate tristemente alla storia.

La Velika Ledena Jama-Grotta della Grande Ghiacciaia, a poco più di mille metri di altitudine, è una trappola del freddo che racchiude al proprio interno un ghiacciaio sotterraneo, sempre più ridotto e compromesso dal riscaldamento climatico. Ma in questa grotta, nel corso dell’Ottocento, prima dell’avvento dei frigoriferi, si estraevano blocchi di ghiaccio dai dieci ai quaranta chili, che venivano venduti sulla piazza di Trieste, per le cucine di alto rango della città. Si dice – udite, udite! – che parte di questa preziosa merce fosse addirittura imbarcata nelle navi che salpavano alla volta di Alessandria d’Egitto. Erano gli anni della costruzione del Canale di Suez e delle fortune dell’imprenditore (veneziano di nascita e triestino di adozione) Pasquale Revoltella, barone per titolo acquisito, vicepresidente della Compagnia universale del Canale di Suez impegnata nella titanica opera. In quel periodo partirono per l’Egitto molti triestini e goriziani, variamente coinvolti nell’impresa. E ad Alessandria emigrarono anche migliaia di giovani slovene della Valle del Vipacco, trovando impiego nelle famiglie dell’alta borghesia come balie o domestiche, apprezzate per la loro dignità mitteleuropea e la propensione a imparare facilmente le lingue. L’imponenza di questo fenomeno migratorio fu tale, che queste ragazze erano conosciute in Egitto come “Les Goriciennes” (le Goriziane) e, soprattutto in patria, come “Aleksadrinke”. A loro è dedicato un toccante, piccolo museo a Prvačina-Prevacina, alle porte di Gorizia.

Il XIX secolo aveva creato le condizioni economiche e commerciali per riallacciare quel profondo legame tra questa terra valliva e l’Egitto, che risale addirittura ai tempi della romana Aquileia, collegata dal filo liquido del Mediterraneo ad Alessandria, con cui aveva avviato intensi scambi commerciali e culturali. Sino a importare dalla metropoli romana del Nord Africa il Cristianesimo, inizialmente officiato ad Aquileia con rito alessandrino.

Ritemprati dagli hamburger autoctoni, riprendiamo il cammino, con una breve passeggiata tra le viuzze di Vipacco. In testa ho una meta che non intendo svelare ad Annalisa e ai nostri amici Laura e Giorgio. Ho “programmato” un crescendo di stupori.

Subito dietro palazzo Lantieri, la cittadina svela la sua natura occulta: qui, l’acqua delle piogge battenti bevute dal sovrastante altopiano, dopo tortuosi percorsi nelle viscere della terra sgorga in almeno sette sorgenti carsiche che erompono dalla parete di roccia e di vegetazione incombente sulle case del borgo. Questi afflussi danno vita a un reticolo di rogge limpide, accarezzate dalle fronde di alberi secolari, in un continuo gioco di scorrimenti, di luci, di riflessi, scavalcati dai venticinque ponti, ponticelli e passerelle della piccola “Venezia della Slovenia”.

Giochi di verde e di acqua presso una delle sorgenti del Vipava-Vipacco
Foto di Romeo Pignat

Più a valle Vipacco si distende con i suoi palazzetti sette-ottocenteschi, dai portali scolpiti e dai colori pastello, lungo la già citata Glavni Trg e, proseguendo, verso la Stari trg, la “piazza vecchia”, dove le ampie chiome di ippocastani secolari adombrano case più antiche e consunte dal tempo, ma ingentilite da roseti e vasi di fiori addossati ai muri senza leziosità. Da lì, sfiorata la Kebetova hiša

oggi Museo etnografico, la dolce curva della Beblerjeva ulica lascia intravedere il caratteristico campanile a cipolla della Župnijska cerkev sv. Štefana, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano, quasi appisolata nell’ombra di una piazzetta sorvegliata dai soliti ippocastani. Vipacco è così, un gioco di slarghi ombrosi che ci ricordano la vocazione d’importante centro commerciale della valle. Non a caso in sloveno la parola “trg” indica ugualmente la piazza e il mercato e, come ci ricorda una guida turistica online, i contadini dei dintorni usavano l’espressione “gremo v trg”, quando decidevano di andare a fare le compere nel capoluogo della valle.

La forza gravitazionale di questa cittadina sembra ribadita proprio dall’inatteso interno della parrocchiale di Santo Stefano, qualcosa di più di una chiesa di paese, come testimoniano gli spettacolari affreschi illusionistici del presbiterio d’impianto tardogotico: la volta dipinta in stile rococò da Franc Jelovšek nel 1737–1738, le pareti firmate da Janez Wolf nel 1876-1877.

Dopo questa apoteosi di figure risucchiate nell’alto dei cieli, annidata quasi ai margini del centro storico, il buon senso e il colpo d’occhio inviterebbero a ritornare sui propri passi. Ma qui “sequestro” i miei compagni di viaggio, invitandoli a fare un altro piccolo sforzo e a proseguire per altri trecento metri verso il periferico cimitero. Leggo una certa perplessità nei loro sguardi, ma insisto con autorevolezza, senza indugiare in anticipazioni.

All’ingresso del cimitero, ci colpisce subito la tomba di una famiglia “Kacin”, con il nome che si trasforma in “Cacini”, guarda a caso, proprio negli anni del fascismo: forse, azzardo un’ipotesi, è una delle tante testimonianze d’italianizzazione forzata custodite in questi cimiteri di frontiera, dove i nomi sulle lapidi raccontano la Babele della Mitteleuropea e le inquietudini del Novecento.

Ma qui, nel cimitero di Vipacco, la Mitteleuropa non ci basta. Per questo ci avviciniamo alla sorprendente meta finale della nostra passeggiata, custodita sotto la tettoia della tomba “Roobina Hrovatinova”. Si tratta di due monumentali sarcofagi egizi di granito rosa di Assuan, risalenti al 2450 a.C. (più o meno). Pare siano stati scoperti nella piana di Giza, nei pressi della piramide di Chefren, costituente con quella di Cheope e di Micerino e con la ieratica Sfinge, uno dei complessi archeologici e monumentali più famosi del mondo. Pare contenessero i corpi di due cortigiani della quarta o quinta dinastia, forse nella sfera del faraone Micerino. Pare che di sarcofagi egizi di questo tipo ne esistano solo sei al mondo: uno scoperchiato al Museo Egizio del Cairo, uno al British Museum di Londra, uno al Pelizaeus Museum di Hildesheim in Germania e uno, infine, al Museo Egizio di Torino.

I due sarcofagi egizi, risalenti al 2450 a.C., nel cimitero di Vipava-Vipacco
Foto di Romeo Pignat

Ma come sono finiti a Vipacco i due sarcofagi? A portarli lì fu un tale Anton Lavrin (1789 – 1869), figlio di un ricchissimo proprietario terriero della valle e, come tanti goriziani mitteleuropei, avviato a una gloriosa carriera diplomatica nel mondo, sino a diventare Console Generale d’Austria in Egitto nel 1834 e a essere addirittura insignito da Papa Gregorio XVI del titolo di Dignitarius Terrae Sanctae per la sua opera a favore dei cristiani che vivevano a Gerusalemme. La sua capacità di mediazione contribuì ad accrescerne il prestigio, grazie al quale poté probabilmente soddisfare la propria passione personale per i reperti archeologici, con qualche privilegio eccezionale. Come quello di riservare per sé e la propria famiglia dei preziosi manufatti antichi di quattromila e cinquecento anni. Così le due casse in granito rosa di Assuan, probabilmente acquistate con l’aiuto di tal mercante Yusuf Masara, partirono dal porto di Alessandria alla volta di Trieste. E da qui intrapresero un avventuroso viaggio via terra fino a Vipacco, portate in quattro carri ognuno trainato da due buoi. Nel cimitero di Vipacco i sarcofagi accolgono oggi le spoglie dei genitori di Anton, Jernej e Jožefa, e del figlio minore Albert, morto a soli sette anni. Quanto ad “Antonius eques de Laurin” – come è inciso il suo nome nella lapide commemorativa posta a fianco dei sarcofagi – la sua sorte post mortem fu quantomeno bizzarra e beffarda. Morì vegliardo a Milano nel 1869, anno dell’inaugurazione del Canale di Suez. Fu sepolto nel cimitero monumentale della città, ma probabilmente presto dimenticato, tanto che i suoi resti mortali, forse per il mancato pagamento della concessione cimiteriale, finirono in un ossario comune, gettati nell’oblio per l’eternità.

È strano come le terre di Gorizia, e in particolare anche Vipacco, contino questi incredibili collegamenti con l’Egitto, consolidati nei secoli e nei millenni. Anche la natura sembrerebbe ribadire questo legame misterioso e profondo. Sì, i sarcofagi di Chefren e di Anton Lavrin sono partiti dal Delta del Nilo, per arrivare al… Delta del Vipacco. Non è uno scherzo: se tutti conoscono la foce fluviale a delta più famosa del mondo, pochi sanno che quella del Vipacco, con le sue almeno sette risorgive, è menzionata come l’unica sorgente a delta d’Europa. I sarcofagi hanno così ritrovato il loro delta, in questo villaggio mitteleuropeo ai piedi dell’estrema propaggine delle Alpi Dinariche.

L’acqua unisce. L’acqua luminosa del Mediterraneo, sul quale scivolavano le navi romane dirette verso la metropoli ellenistica del Nord Africa. L’acqua pluviale, che s’intrufola nelle crepe carsiche della Selva di Tarnova e del monte Nanos, che si fa “nera”, per poi risorgere limpida tra le case di Vipacco.  L’acqua che diventa ghiaccio, solidificata dall’alito gelido della Velika Ledena Jama, per poi magari sciogliersi, qualche migliaio di chilometri più a sud, in un bar di Alessandria d’Egitto o del Cairo, mentre le prime navi cominciano ad attraversare il Canale di Suez.

È il mistero liquido del mondo e della vita.

Tutte le foto sono di Romeo Pignat