Lo stemma dei Conti di Tirolo-Gorizia proposto a retro della pubblicazione

COSTUMANZE GORIZIANE

A Capodanno i goriziani venivano svegliati dalle festose note della Banda Civica che percorreva le vie cittadine intonando graziose marce e musiche popolari. Già la mattina presto gli spazzacamini (categoria molto attiva all’epoca) si recavano presso le famiglie per porgere gli auguri in vista dell’anno entrante: essi erano delle figure molto popolari, nella vecchia Gorizia, come lo erano i luminari ai quali spettava il compito di provvedere alla manutenzione dei fanali. La vigilia dell’Epifania (come anche il Sabato santo) molte famiglie attingevano l’acqua benedetta dai capaci recipienti (ornis) collocati in fondo alle chiese o sul sagrato; il giorno dell’Epifania, poi, nella chiesa di san Giorgio a Lucinico (secondo borgo friulano della città di Gorizia) avveniva il rito del “Battesimo dei Re Magi”, antica consuetudine ormai definitivamente scomparsa.

Così si apre l’ultima fatica di Vanni Feresin. in uscita il 28 novembre 2025 nelle librerie. dal titolo Costumanze Goriziane; le traduzioni sono per lo sloveno di Matej Tratnik e per il friulano di Luca Olivo.

Un libro leggero, con la disamina mese per mese delle tradizioni di Gorizia e del Goriziano che sono scomparse e quelle che resistono tutt’oggi.

Dal Carnevale a Santa Lucia e il Natale. Un anno intero di storia e tradizione. “Il carnevale, si sa, è il periodo in cui tutto era permesso: in primis la satira ai potenti e alla Chiesa e l’ostentazione delle trasgressioni, azioni peccaminose che richiedevano un’assoluzione. La Chiesa chiude il periodo con l’imposizione delle Ceneri, ricavate dalla combustione degli oggetti sacri o benedetti. Ma il popolo, o parte di esso, ancora in preda alle abbondanti libagioni, inscenava e inscena, il mercoledì delle Ceneri, un processo e rogo del personaggio Carnevale, responsabile dei peccati commessi. Lo stesso significato ha, laddove viene a mancare la cerimonia del funerale carnevalesco, il rogo della Vecia, personaggio accomunante i simboli della strega e quelli della “donna Quaresima”, accusata di costringere ad una pesante astinenza alimentare e alle frequenti preghiere, laddove già il cibo era carente e il lavoro quanto mai faticoso. A metà dei quarantasei giorni che separano il mercoledì delle Ceneri dalla Pasqua, un giovedì, il popolo portava in piazza, solitamente davanti alla Chiesa, un enorme e orrendo pupazzo al quale era riservato un processo e la condanna al rogo. In quel giorno il popolo si abbandonava a scorpacciate di cibo e bevute, con i prodotti raccolti in una questua effettuata portando di casa in casa il pupazzo della Vecia”.

Si raccontano le feste e le fiere: “Al 16 di marz, fiesta dai patronos Sants Ilari e Tazian titolârs da Glesia Metropolitana di Guriza, la zitât era parada a fiesta. In plaza dal Domo era una lungia fila di bancùs di vendidôrs di samenzis. In plaza Sant’Antoni erin i cavallerizzi dal Circo Zavatta che fasevin spetacui a paament. Ta zona dal palaz Lantieri, tal Senaus, come che i disevin, erin lis bische clandestine cui parôns, furbôns, che svuedavin lis sachetis dai sturnèi. Devant dai negozis di robis di mangià erin selòts plens di aga e di bacalà pai gustà di magri da Quaresima”.

La Pasqua e la settimana santa sono narrate sia dal punto di vista liturgico, sia delle varie tradizioni gastronomiche, oltre alle scampagnate della Pasquetta: “Tipična velikonočna slaščica so bile fule (pistum v okoliških krajih), mešanica naribane koruze z dodanim sladkorjem, rozinami, cimetom in naribano pomarančno ali limonino lupino, ki so jo namočili in skuhali v vodi kuhanega pršuta. Za veliko noč so se otroci najbolj razveselili sladice, imenovane frate ali fratino (frari), ki ni bila nič drugega kot pletenica sladkega kruha, podobnega pinci, s pobarvanim trdo kuhanim jajcem na koncu. Velikonočno popoldne je bilo namenjeno piknikom v okolici Gorice, zlasti v Šempetru in Kromberku, kjer so jedli okusne mesne polpete, v Ločniku in v Tivoliju na poti v Rožno Dolino, kamor so običajno prišli peš, včasih tudi na kmečkem vozu, ki ga je vlekel eden ali več konj: pa tudi v Mossi na pobočjih Kalvarije ter v Brdih ali na Krasu. Na velikonočni ponedeljek so se ljudje odpravili na Krminsko goro (Monte Quarin). Na tretjo velikonočno nedeljo (ukinjeno leta 1925) so Goričani prispeli v Ločnik na procesijo »Varstvo Svetega Jožefa« (ki je izginila pred nekaj leti), ki je potekala po vseh ulicah furlanske četrti; nato so se odpravili v značilne »osmice«, kjer so ostali do poznega večera. Na osmi dan so se Goričani srečevali v različnih gostilnah: »Nove« in »Gnocco« na Majnici (Mainizza), pri »Turriju« in pri »Molarju« v Štandrežu, pri »Zvarzelinu«, pri »Puznarju« ali pri »Bepu Bricu« v Rožni Dolini in pri »Vechietu« na cesti proti Solkanu.

Una parte molto sostanziosa è dedicata al mese di maggio e ai Maj: “A Lucinico il Mai è una quercia tagliata nel bosco, dal tronco alto, diritto e ripulito dai rami laterali ad eccezione del ciuffo terminale (come deve essere un Maggio). I giovani lo trasportano in paese dove hanno un posto abituale per piantare il loro trofeo: alla vecchia maniera, scavano il buco, estraggono la frazione di tronco rimasta dell’anno precedente e si preparano alla cerimonia di messa a dimora che li vedrà all’opera, la notte successiva, alla presenza dei compaesani. L’erezione del Mai è fatta a forza di braccia e con l’aiuto di corde che ne impediscano lo sbandamento. Alla fine della difficile impresa, i giovani sono gratificati da un nutrito applauso, ma la cerimonia non è ancora terminata: occorre infatti arrampicarsi sul Mai appena piantato, per appendere sui rami terminali, ma ben in vista, il tricolore, il fiasco di vino e il cartello della classe). Il resto della nottata, i coscritti la passeranno a guardia del loro albero/fallo, affinché nessuno venga a violarlo (il che sarebbe un’intollerabile offesa) e a scrivere messaggi scherzosi e talvolta pungenti, con la calce sull’asfalto. La data è rigorosamente quella della vigilia del Primo Maggio e la festa detta Majenca (San Dorligo, Sant’Antonio in Bosco, Dolina). L’albero, un pino del Carso, è ornato di arance, limoni, nastri colorati e spesso anche, del drappo rosso, inneggiante alla Festa del Lavoro. Rimane sulla piazza del paese per pochi giorni e il suo abbattimento dà luogo ad una cerimonia che estende alla comunità l’aspetto propiziatorio del rito: l’abbondanza degli agrumi vuole essere la raffigurazione delle messi che la natura dovrà produrre nel corso della stagione e che andrà, dopo l’atterramento del Maj, alla popolazione, quale immagine anticipata del raccolto. A Camporosso, la Maia dei coscritti è un palo di trenta metri, terminante con un abete infiorato di tricolore. Lo si innalza nel luogo predisposto davanti alla chiesa, la vigilia di Corpus Domini, dopo averlo trainato per le vie del paese, per benedirlo con il vino offerto dalle osteria e affinché tutti lo vedano. Le dimensioni della Maia, nell’atto dell’innalzamento, richiedono la supervisione di anziani e la partecipazione di braccia valide laddove quelle dei coscritti, in numero sempre minore, non basterebbero. Tutto il paese partecipa, e, dopo tre o quattro ore di lavoro, ecco svettare la Maia, bella ed elegante, quasi a rivaleggiare in altezza con il campanile della chiesa e sotto la quale passerà, di lì a poche ore, la processione di Corpus Domini. La Maia sarà abbattuta per la festa di Sant’Egidio e darà luogo ad un’altra festa, con distribuzione del tradizionale mazzetto dei coscritti e il ballo sotto il tiglio”.

Per quanto riguarda la tradizione del fuoco e del “ »mazzetto di San Giovanni Battista” vi sono interessanti sconfinamenti: “Il 24 di zuin a è una data importat un pôc dapardùt. Par esempli tra Ravasclêt e la Valcialda o in Carinzia tocia difindisi dai Sbilfs cun la corona di primulis o cul Grop di Salomon, che al è un tipo di bacheta di viburn o di noglâr ca va inumidida cun la rosada da matina di San Zuan Batist. In Carinzia al solstizi (d’instât) al ven celebrât impiant grandis fugarelis. In Ciarnia di granda impuartanza a è tignuda la gnot dal 24 di zuin cussì che a si usa bagnà lis plantis e li rosis cun la magica rosada ciota su tal macùt di San Zuan. Chista a è una tradiziòn pagana doventada però religiosa e cristiana di quant, che ormai son tanc’ secui, il macùt ven partât in glesia e bendèt cun l’aga santa”.

In estate si susseguivano numerose sagre e feste da ballo da quella dei santi Pietro e Paolo a quella di San Rocco nell’omonimo borgo: “Quant che al 16 di agost si viarzeva la sagra i “cittadini” lavin a ciatà chei dal borc pa sercià i dols tradizionâi. Erin i famôs strùcui cuzinàs tal salvièt, cioè pastìs che vignivin involtolâs ta tovâ e bulîts tal aga; una volta cuets si struciava parsora spongia disfada e formadi gratât. Chist dols cun la forma di un fiâr di ciaval l’era taiât a fetis e servît su plats dal Sietsent fats di maiolica blancia. I “cittadini” che ju ordinavin ta rinomada “Osteria de la Biza”, in via Lunga, paavin 20 solts a ciâf”.

In autunno e inverno c’erano numerose festività: la Madonna del santo Rosario, i Santi, i morti, le fiere di Sant’Andrea e San Nicolò fino a Santa Lucia che portava direttamente al Natale: “A Natale i segni principali erano: il ceppo, il pino e il presepio. Il primo trovava significato dal culto pagano dei Lari domestici nel collocare a capo del focolare un grosso ceppo, in certi casi l’intero fusto di un gelso (morar), che ardeva per tutta la vigilia. L’albero di Natale fece la sua comparsa nel goriziano probabilmente intorno al 1790, con le riforme volute da Giuseppe II. Infisso su una base di legno, con la stella, le candeline di tutti i colori, le bandierine, le noci argentate, le ciambelle zuccherate, i cioccolatini, le mele, le pere, i balocchi, non fece scomparire l’usanza del presepio e, per decenni, si mantenne anche l’usanza dei presepi dislocati nei casolari alla periferia della città, retaggio delle sacre rappresentazioni medioevali natalizie. Il 24 dicembre, giornata di digiuno e astinenza, la cena era a base di pesce, preferibilmente baccalà. Le famiglie che non potevano permettersi il pesce lo sostituivano con altri piatti magri come il brut di cichis una specie di ragù con soffritto di farina, patate e sedano a pezzetti, pancetta o tonno e conserva di pomodoro. Altro piatto tipico natalizio era la zidilina consistente in un bollito composto da parti di bue, vitello, maiale e gallina, salato e lasciato raffreddare nei piatti con qualche foglia di alloro. Il giorno di Natale, dopo le Messe e con qualche cosa di più nello stomaco, ci si recava a visitare i presepi nelle chiese della città”.