Il Monte Santo sopra Gorizia
La Sacra Effigie viene riportata sul Monte Santo, veduta di piazza della Vittoria, 2 ottobre 1922
Il pellegrinaggio del 1872
La storia di Monte Santo è costellata da grandi pellegrinaggi e uno dei più imponenti fu quello dedicato al pontefice Pio IX, dopo gli eventi romani della breccia di Porta Pia e il conseguente ritiro del Papa e della curia nelle mura vaticane.
Sulle colonne de “Il Goriziano”, il cronista racconta in modo dettagliatissimo “Il pellegrinaggio al Monte Santo”, avvenuto il 2 Settembre su indicazione del neo costituito Circolo Cattolico Goriziano.
Da L’Eco del Litorale
Gorizia 29 Agosto 1872 N.ro 69 pp. 1 – 2
Il pellegrinaggio al Monte Santo.
Lasciando gracchiare a loro posta tutti i giornali del progresso, cominciando dalla Neue Freie Presse fino all’Isonzo, che vanno in questi dì ricantando su tutti i toni come le processioni che ora fra noi si moltiplicano sieno causa di disordini e di cattive conseguenze, noi veniamo a congratularci fin d’ora coi cattolici nostri fratelli, i quali hanno sentito il grido di quella fede che tiene profonde radici nel loro cuore, e si preparano numerosi ad offrire al mondo lo spettacolo della pubblica professione di quella, non avuto riguardo a sacrifizi o derisioni che possa loro costare.
Il fatto poi dimostrerà abbastanza anche ai più ciechi che le processioni cattoliche tutt’altro che essere fonte di morali svantaggi, e causa di disordini, giovano assai a consolidare nelle moltitudini quello spirito di religione che è solo capace a rattenerle da tanti eccessi in cui vediamo ora gettata in braccio la misera società. No, i cattolici che pregano non saranno mai gli autori e i membri di quegli scioperi che minacciano continuamente le nostre città. I cattolici che pregano non saranno mai petrolieri, comunisti, repubblicani; l’accampamento di costoro lo troverete sempre fra quelli che non conoscono la preghiera. Ma già tutti lo sappiamo perchè si grida tanto contro i pellegrinaggi cattolici. a confronto di tanti disordini certi e gravissimi che producono gli assembramenti di piacere, le riunioni geniali, le adunanze nazionali, dove sono i disordini che potrebbe eventualmente occasionare un religioso pellegrinaggio? E quali disordini hanno prodotto i moltissimi pellegrinaggi che si successero in questi giorni? Potete o liberali accennare un solo? L’Isonzo credeva di spezzare una lancia contro le processioni adducendo i tumulti avvenuti recentemente in Inghilterra, ma come si vedrà più sotto gli stessi giornali avversi alla religione non hanno affibbiata ombra di responsabilità di quei disordini ai Cattolici. Lasciamo dunque a chi vuole il gusto di maliziare a sua posta e noi frattanto unendoci a pregare anche per tanti ciechi e traviati fratelli, dirigiamoci al Santo Monte al doppio grido armonioso di Viva Maria e Viva Pio IX. Ah! Si questi due nomi armonizzano perfettamente tra loro; Maria e Pio IX, l’Immacolata e il Pontefice dell’Immacolata, la Vergine privilegiata o il glorificatore sei suoi splendidi privilegi.
Ad ottenere intanto l’unità maggiore possibile in questo pellegrinaggio, diamo qui l’ordine, che raccomandiamo venga possibilmente osservato.
Alle 3 ½ antim. Le campane della Metropolitana daranno il primo segnale e allora dovranno subito mettersi in moto i primi drappelli, onde possa il nucleo principale della processione escire dalla Cattedrale precisamente alle 4.
Il clero della città e dei sobborghi di Piazza e S. Rocco formeranno un corpo solo unitamente alle diverse rappresentanze degli ordini religiosi.
Innanzi alla processione dei cittadini, preceduti da una croce, avranno luogo il clero e i fedeli venuti da Trieste, Udine e Cividale.
Davanti a questi procederanno col maggior ordine possibile i diversi decanati dei contorni e della campagna.
Sono già state destinate persone che da ogni tratto procureranno di conservare alla processione maggiore unità.
Quei drappelli che sono fermi a Salcano staranno sull’avviso, finchè vedono spuntare la processione dalla città e poi si metteranno subito in movimento.
Di mano in mano le diverse parrocchie toccato la cima del monte, potranno entrare in Chiesa, e partecipare ai S.mi Sacramenti onde dar luogo a quelli che vengono dopo.
La porta maggiore è riservata per l’ingresso e le due porte laterali per l’uscita, onde non si abbia ad impedire a quei che arrivano l’entrata.
Arrivato il clero della città col nucleo principale della processione, S. A. Rev. Celebrerà la S. Messa, indi seguirà la predica slovena. Poscia vi sarà Messa cantata, dopo la quale il Principe Arcivescovo darà la solenne benedizione colla plenaria indulgenza.
Succederà poi la predica in italiano, e il canto delle litanie lauretane colla benedizione del SS.mo chiuderà la divina funzione.
Gorizia I. Settembre 1872 N.ro 70 pag. 2
Il pellegrinaggio al Monte Santo
È un vezzo ormai comune a tutti i nemici della religione che allorquando vogliono gettare il disprezzo su d’una pratica, o una credenza cattolica, la classificano come un’eredità o parto del medio evo, di quell’età com’essi dicono, di superstizione, di fanatismo, di tenebre, in cui fu, secondo loro, deformata e corrotta la Chiesa primitiva, per la quale mostrano ancora di conservare le loro simpatie. Tanto avvenne pure nel caso nostro; e appena noi annunciammo nel nostro giornale il pellegrinaggio a Monte Santo, che l’Isonzo battendo all’unisono co’ suoi compagni gridò subito all’esorbitanza medioevale e peggio ancora.
Così si getta fuori un pajo di paroloni sesquipedali, sperando che facciano qualche breccia nel popolo ignorante, senza punto badare se queste sieno invenzioni o menzogne, manchevoli d’ogni storico fondamento.
L’uso dei pellegrinaggi è così connaturato colla religione, che tanto nell’antica come nella nuova legge li troviamo sempre praticati. Ed ognuno sa che erano comandato agli Ebrei il pellegrinaggio una volta all’anno a Gerusalemme; che a questo pellegrinaggio volle prender parte anche Gesù Cristo nell’età dei dodici anni. Nella religione cristiana poi questa pratica venne subito in effetto anche nel tempo delle persecuzioni; e quando poi la Chiesa fu affrancata dal giogo dei tiranni incoronati, noi sappiamo quanto fossero numerosi e frequenti i pellegrinaggi dei fedeli alla tomba degli Apostoli nell’eterna città. Non sono dunque i pellegrinaggi una produzione fanatica del medio evo, ma una delle più naturali manifestazioni della fede religiosa dei popoli, che ora si rendono vieppiù necessarie, in quanto che a mali straordinari devono opporsi straordinarie riparazioni.
E qual pensiero potea cader più naturale ai cattolici goriziani, che, minacciati dal torrente impetuoso dell’incredulità e della corruzione, feriti nel cuore per le offese che si fanno al Capo augusto della loro Chiesa, rivolgersi tutti un cuor solo ed un anima sola a quel Santuario che la Provvidenza volle collocato sopra una montagna che poggia il suo giogo sopra la nostra città; indicando così che la B. V. del Monte Santo dovea essere la natural protettrice di Gorizia e di tutta la provincia di cui essa è centro?
I cattolici Goriziani hanno già più volte provata l’efficacia di questa protezione ed è perciò che pieni di confidenza salgono ogni anno numerosi quella sacrata vetta per implorar grazie e favori sulle loro famiglie, e i frequenti prodigi operatisi da quell’immagine miracolosa chiamano pur ogni anno pellegrini dalla Carintia, dalla Carniola e dalla Stiria. Fu dunque spontaneo il pensiero del pellegrinaggio a Monte Santo, allorchè si trattò d’intraprendere una straordinaria preghiera per le attuali necessità della Chiesa cattolica e perchè appunto così naturale, ebbe per conseguenza un movimento universale per tutta la provincia, movimento che segnerà una bella pagina nella storia di questa Città.
Cattolici Goriziani! Il vostro esemplare contegno nella cattolica manifestazione che intraprendete valga a distruggere ogni sinistra insinuazione, e serva a dimostrare qual sia forza della vostra fede, che senza distinzione di paese, di lingua e di costumi tutti vi unisce in perfetta armonia ai piè della Vergine per effondere una sola preghiera, la preghiera di pace alla Chiesa, di conversione coi nostri traviati fratelli.
Gorizia 5 Settembre 1872 N.ro 71 pp. 1 – 2
Il pellegrinaggio
al
MONTE SANTO
il 2 Settembre
per il S. Padre Pio IX
nell’accingersi a narrare l’imponente spettacolo cui Lunedì ci era dato di assistere non possiamo a meno di accusare da principio la nostra impotenza perchè le espressioni vengon meno in faccia ad un avvenimento sì grande, e qualunque più accurata descrizione non darebbe che una languida idea di quello che in fatto fu. Chi ebbe la sorte di esservi presente ne ha ricevuto impressioni tali che resteranno profonde incancellabili nel proprio cuore, ma impressioni che non può ad altri comunicare, nè in verun modo descrivere. Si contentino adunque i nostri lettori se diamo loro quella narrazione che è possibile di questo fatto che rimarrà scritto a caratteri d’oro negli annali religiosi della nostra Arcidiocesi.
Alle 4. pom. Del 1.o Settembre tra lo squillo di tutte le campane della città partiva alla volta del Monte Santo S. A. Rev.ma Mons – Principe Arcivescovo, seguito da tre canonici di questo Capitolo Metropolitano. All’imboccatura della salita che era tutta parata a festa, si erano sfilati i paesani del sottoposto villaggio di Salcano ed accolsero il nostro Pastore, colle salve e col suono della campane.
Appena poi si mostrò a Monte Santo il venerato Pastore che l’immenso popolo, il quale avea già quella sera riempito il monte, si prostrò in un istante a terra a ricevere la benedizione; Pastore e popolo, erano in preda alla più viva commozione.
Già cominciando dalla mattina con crescendo sempre più forte accorrevano alla città i pellegrini da ogni parte e le chiese erano affollate, i tribunali di penitenza letteralmente assediati; in qualche luogo anche per tutta la notte. Ma l’affollamento era troppo grande per soddisfare ai desideri di tanti che erano venuti. Erano circa le otto di sera, quando ci toccò vedere uno spettacolo che ci commosse altamente. Si sapeva che sarebbero venuti parecchi anche da Trieste a prender parte al nostro pellegrinaggio e si erano portati a riceverli alla stazione alcuni e membri di codesto Circolo Cattolico.
Ma qual fu la loro meraviglia di vederne sì gran numero che uniti a quelli che erano arrivati col treno della mattina formavano una schiera di oltre duemila pellegrini. Ad un cenno del benemerito Presidente della Società cattolica Triestina si posero tutti in bell’ordine, spiegarono la loro magnifica bandiera dell’Immacolata, unitamente ad un altro emblema della Chiesa di S. Antonio, e accompagnati da sei Sacerdoti, fra cui ammirammo il Rev.mo Preposito della Cattedrale triestina, Mons. Giuseppe Dr. Schneider alternando le più soavi melodie in onor della Vergine, mossero dalla Stazione verso la Città. La loro divozione, la loro pietà ci ha veramente edificato. Vi erano Signori e Signore, e giovani d’ambo i sessi che non conoscendo alcun umano riguardo davano un esempio veramente splendido della viva lor fede. Vennero alla Metropolitana, che era stata subito illuminata, ed ivi s’intuonò la Salve Regina fra una commozione universale. Noi non possiamo proseguire la nostra narrazione, senza prorompere in un cordiale evviva alla fede dei nostri fratelli cattolici di Trieste. Lo stesso facciamo in questo punto ai zelanti cattolici di Udine e di Cividale, che concorsero in buon numero al nostro pellegrinaggio. Sappiamo altresì di taluno che venne fino da S. Vito al Tagliamento.
La notte dal 1 al 2. fu un arrivare continuo di pellegrini dalla vicina campagna, ed un avvicendarsi di canti devoti, che a quell’ora in mezzo alle tenebre notturne facevano una impressione commista di santa gioja e di devota mestizia. Un solo era il sospiro di tutti; e tutti aspettavano ansiosi il primo segno della partenza.
Alle 3 ½ ant. del 2. corr. la campana maggiore della Metropolitana dava il primo squillo ed a quel segno s’incamminarono i drappelli che erano radunati fuori della città e dietro ad essi i Veneti, e i Triestini che erano uniti in piazza Travnik.
Alle 4 partiva, intuonando le litanie dei Santi, la processione della Metropolitana con numeroso clero secolare e regolare, condotta dal Rev.mo Mons. Buddau, Decano del Capitolo: la seguiva la parrocchia di S. Rocco. Il cielo stellato brillava di chiarissima luce; e oltre alla solita illuminazione notturna del gas osservammo con somma soddisfazione non poche case di cittadini specialmente nella Contrada dei Signori che per ispontaneo movimento avendo accese delle coppie di candele alle finestre per onorare la processione.
Da principio si dovettero interporre frequenti fermate pei drappelli che venendo da diverse parti si congiungevano al corpo maggiore della processione; ma tosto che si fu sulla strada spaziosa di Salcano cominciò l’andamento regolare, non però a quattro a quattro come sei era stabilito nel programma, perchè in tal caso con tanta moltitudine gli ultimi sarebbero stati ancora in città quando i primi toccavano la vetta della montagna. Ciò è tanto vero, che sappiamo di qualcuno che giunto a piè del monte perdette il coraggio di salirlo nella quasi totale certezza che non avrebbe potuto guadagnare la cima, come di molti infatti avvenne; e la processione che si calcolava avrebbe impiegato non più di tre ore e mezza, ne dovette impiegar cinque. Noi avevamo calcolato alla sera del 2. che il numero dei pellegrini fosse circa trenta due mila, ma dopo le ripetute assicurazioni anche di secolari intelligenti, che s’impegnarono lassù di far un calcolo approssimativo, dobbiam rinunciare alla nostra opinione per accedere alla universale che ritiene il numero sorpassi la cifra di quaranta mila, con più di 150 ecclesiastici tra il clero secolare e regolare.
Potenza del sentimento cattolico! Chi avea radunato, chi aveva spinto da lontani paesi un numero si sterminato di fedeli? Chi avea potuto far loro disprezzare e gli incomodi del viaggio, e le asprezze dei monti, sacrificando pur anco intere notti passate da molti sulla nuda terra a cielo scoperto?
Il clero bensì, com’era suo debito avea raccomandata quest’opera eminentemente cattolica; ma pur nò, non vedevate scritto in nessuna di quelle fronti lo sforzo, la pressione, il rincrescimento; in quelle invece brillava insieme ad una gioia divota l’espressione spontanea dei loro cuori ed essi tutti con enfasi eloquente vi ripetevano: Questa è la vittoria che vince il modo, la nostra fede.
Ogni lingua lodava in suo modo il Signore e alle preghiere della Chiesa in idioma latino si confondevano i canti sloveni e le sacre lodi in lingua italiana; era un cuor solo che parlava in differente espressione; eravamo tutti fratelli stretti ad uno solo patto, la preghiera per il Padre comune. – Lo spettacolo si fece veramente stupendo, quando fummo giunti alla meta del monte, dove si potea prospettare tutta l’universalità del movimento. Da più luoghi d’intorno si vedevano uscir dall’una o l’altra parte del monte numerosi drappelli che venivano ad unirsi col centro; sotto di noi avevamo una lunga falange che ci seguiva; e sopra di noi si scorgevano strisce nere di popolo distinte ad intervalli dal luccicar delle croci, su cui riflettevano i raggi solari; oh! Quanto era bello quell’accampamento cristiano, oh! Come venivan spontanee sul labbro quelle parole di Balaam che rivolgeva da un altura alle sottoposte ebraiche tribù “Quanto son magnifici i tuoi padiglioni o Giacobbe, quanto son belle le tue tende o Israello. Come valli selvose, come cedri vicini alle acque, come i tabernacoli piantati dal Signore.” I nostri occhi erano deliziati da quella vista magnifica e le nostre orecchie soavemente rapite da quei frammisti concetti, di cui tutta la montagna eccheggiava. Quei sacri gioghi erano conversi in un paradiso, dove mille e mille cuori ardevano di santi affetti, e mille e mille lingue cantavano Lodate Maria, Viva Maria.
Giunti dappresso alla sospirata vetta si raddoppiavano i cantici; erano l’espressione di tanti cuori che già toccavano la meta dei loro desiderii. Tutta la cima del monte e tutto quel vasto tempio erano letteralmente in ogni angolo stipati; voi non avreste distinto che un mare di teste. Arrivato il Clero della Metropolitana al limitar della Chiesa, appena vide lungi l’immagine di Maria, che si prostrarono tutti a terra e con voce ininterrotta da singhiozzi e da lagrime s’intuonò l’Ave Maris Stella.
Frattanto S. A. Rev.ma Mons. Principe Arcivescovo avea cominciato la celebrazione del S. Sacrifizio; dopo il quale ascese il pergamo il M. R. P. Eustachio di Castagnavizza e tenne un eloquente discorso in lingua slovena, in cui dipingendo le attuali calamità che affliggono la Chiesa ed il suo Capo, il Romano Pontefice, esortò vivamente i fedeli a porgere fervorose suppliche a Dio per l’intercessione di Maria onde affrettare dal Cielo la fine di tutti i mali. Dopo questo discorso celebrò la Messa solenne il Rev.mo Decano Mons. Buddau coll’assistenza pontificale di S. A. Rev.ma: il canto ben disciplinato della Cappella di Castagnavizza coadiuvata da qualche membro della Cappella del Duomo aggiungeva fervore e divozione. Non occorre dire che dalle 3 della mattina fino ad un’ora dopo mezzogiorno si celebrarono SS. Messe agli altari laterali, e si dispensò continuamente il pan degli Angeli, come nel giorno antecedente avvenne si a Monte Santo, che in tutte le Chiese della nostra città.
Terminata la Messa solenne dopo previa pubblicazione in ambe le lingue, dispostisi tutti i fedeli a ricevere la plenaria indulgenza, S. A. Rev.ma Mons. Principe Arcivescovo impartiva la benedizione papale. Indi Sali il pulpito il M. R. P. Antonio Banchich della Compagnia di Gesù, che colla sua nota facondia parlò dell’amor filiale che noi dobbiam portare alla Chiesa, nostra madre ed al Papa, nostro Padre comune, amore che oggidì deve a mille doppi crescere in noi e addimostrarsi colle opere in quanto che adesso l’una e l’altro son fatti segno alla più accanita persecuzione.
Avremmo desiderato dare un sunto compendiato dell’uno e dell’altro dei due eloquenti discorsi; ma oggi la brevità del tempo non cel consente.
Dopo il discorso italiano, s’intuonarono le litanie della B. V. in canto popolare, che ripetute da tante voci non è a dire l’effetto mirabile che esse facevano. Si intuonò quindi la preghiera pel Sommo Pontefice, cui tutti i figli risposero: Esauditeci o Signore. Finalmente datasi la benedizione col Venerabile, si chiudeva la divota funzione col canto popolare della Salve Regina.
Coronati così i comuni desiderii, cominciarono ad abbandonar la montagna i devoti pellegrini, ma la loro mente, il loro cuore non sapeano staccarsi dall’immagine di Maria, e da quello spettacolo di fede, di cui erano stati parte e testimoni. Oh! Veramente gigantesca dimostrazione cattolica in cui nessun disordine venne a funestar la letizia, e la gioja universale… Oh! Cara rimembranza… Oh! Santo monte! Oh! Vittoria della fede…
Noi lasciamo la penna ripetendo quel che da principio dicemmo. Ah noi ci siam provati invano di narrare quel che videro i nostri occhi, quel che provò il nostro cuore. I nostri fratelli cattolici che v’erano presenti e leggeranno queste righe perdonino l’insufficienza di chi scrive.
Il due settembre in Gorizia pag. 3
Abbiam assistito pur ora ad un grandioso spettacolo, che ci fè scorgere sempre viva nei popoli l’antica fede. Il 2 settembre, oltre a quaranta mila persone erano raccolte sulla vetta del Monte santo. Chiamati da un semplice invito, erano accorsi da tutti i punti della diocesi, animati da un sol pensiero, fidenti per una stessa speranza, tutti lieti di veder riflettere in altrui la gioja onde ciascuno era compreso. Fu, per dirlo col linguaggio moderno, un solenne plebiscito, e quelle migliaja di pellegrini deposero il loro suffragio che proclamava l’amore alla Vergine e al devozione alla Chiesa ed al Pontefice. Era la massima parte popolino, è ben vero; uomini dalle mani callose e dalle vesti di sarzia; ma Iddio non distingue tra l’anima d’un contadino e quella d’un gentiluomo o d’un deputato al parlamento. Anzi sono appunto gli animi in cui alligna più presto la Sapienza divina, poichè, come disse Cristo, “abscondisti haec a sapientibus et revelasti ea parvulis.”
La folla radunata intorno al tempio di Maria, sorpassò ogni più ardita previsione. Fu un movimento spontaneo, una scintilla che si propagò celere e potente, fu un entusiasmo generale, che congregò quella ingente moltitudine. Un consentimento così universale e così pronto, l’efficacia mirabile d’un solo affetto d’un solo nome che in un punto raccoglie una turba sì numerosa, ci ricorda e ci spiega ottimamente il fremito per cui trasaliva l’Europa alla voce di S. Bernardo, e i popoli si levavano come un sol uomo al grido unanime Iddio lo vuole, Iddio lo vuole. Si bisogna pur dirlo, è sempre viva la fede, e la grandezza degli effetti dimostra che la sua potenza sugli animi non è scemata.
In faccia a queste solenni manifestazioni cattoliche, chi vuole è padrone di ridere, o di ripetere la solita cantilena di superstizione, di oscurantismo o di scene del medio evo. Sappiamo che il ridere costa poco, e le teste piccole usano mettere in canzonella le cose grandi che non capiscono. Sappiamo altresì l’ira maligna ostenta il disprezzo, e che ogni atto di fede, ogni sintomo della vita religiosa urta fieramente i nervi di certuni che fanno la civiltà sinonimo d’empietà. Quanto a noi, compiangiamo e quelli che ridono e quei che bestemmiano, e rendiamo grazie al Signore che il popolo cristiano non si lascia sviare dalle baje dei primi e dalle invettive dei secondi. Se v’ha qualche cosa che infonda la speranza d’un miglior avvenire, è appunto la fermezza dei popoli nel tenersi stretta l’ancora della fede. Corre un secolo in cui il soffio dello scetticismo minaccia di dissolvere ogni convinzione e di snervare le volontà infrollite. La smania di godere e di farsi un paradiso qui in terra, è la conseguenza della Fede negata al paradiso celeste. La materia, l’oro, il piacere, ecco gl’idoli a cui si profonde l’incenso. Vi dicono bensì che combattono per un’idea, che si adoperano per un amore platonico alla patria, all’umanità; ma troppo spesso si viene a conoscere che quell’idea copriva un acquisto, che l’amor patrio si risolve nell’amore ai quattrini, che l’affetto all’umanità maschera la libidine del dominare e l’accontentamento d’una puerile ambizione. Possedere e godere, quet’è la parola d’ordine, questo il terzo cielo a cui s’ispira; e quindi la virtù che dimanda sacrificii, e il dovere che esige l’abnegazione di sè, e la coscienza che spesso oppone divieto a quegli appetiti, diventando parole vuote di senso. Così vediamo che società tende sempre più a spartirsi in due campi; gli uni intenti a conservare tenacemente ciò che posseggono e gli altri pieni d’invidia, anelati a carpire ciò che non hanno, od almeno a distruggere tra le fiamme del petrolio quello che non possono carpire.
Ma grazie a Dio, la religione è ancora in grado di opporre un rimedio e di trattenerci su questo pendio fatale; e ne vediamo un pegno in queste splendide manifestazioni cattoliche. Abbiamo veduta una moltitudine la quale davvero fu mossa puramente da un’idea. Non le si offrirono agi, guadagni o diletti, anzi per accorrere al tempio della Vergine dovettero sostenere incomodi e assoggettarsi a fatiche, senz’altro compenso che quello di pregare in comune, di ricevere la benedizione d’un Vecchio lontano, e di accarezzare speranze che poggiano oltre i confini del mondo. Essi mostrarono così che sanno pregiare altri beni all’infuori delle ricchezze e del piacere, e perciò, animati dalla fiducia d’un bene eterno e sostenuti dall’uso dei beni d’una vita stentata. Quei pellegrini fecero vedere come son docili alla parola di Dio e della Chiesa, e che quindi può tutto sopra di loro quella voce che diede il decalogo, questo grande codice dell’umanità, senza di cui tutti i codici del mondo non rimangono che un pezzo di carta. Essi hanno dimostrato, che non conosce distinzione di classi o differenze di nazione. Rida pure chi vuole; ma chi ha fior di senno deve confessare che questi sentimenti devono essere la base della ristorazione sociale, e che soltanto la Chiesa è in grado d’instillarli.
Il Clero nel pellegrinaggio di Monte Santo pp. 3 – 4
È stato detto sapientemente, che la potenza e lo splendore di una Diocesi dipende dall’unione del clero. Di questa verità hanno intimo sentimento, più ancora dei veri cattolici, coloro che a nome di una falsa libertà e di un mentito progresso muovono ai giorni nostri tanta guerra a Gesù Cristo e alla sua Chiesa. Non li abbiamo noi veduti questi nemici di Dio arrabbattarsi di ogni maniera per seminare la discordia nelle file del clero, e coi principii di un liberalismo moderato, or colle idee speciose della nazionalità? Ma una sublime preghiera salì un giorno da questa terra al trono dell’Altissimo, e quella preghiera fu esaudita per la riverenza infinita di Colui che l’avea pronunziata. Padre, egli disse, io ti prego che questi miei cari discepoli sieno tra loro una cosa sola, come tu, Padre mio, sei una cosa sola con me e io con te. Le benedizioni di quella preghiera divina crearono l’unità della Chiesa cattolica, preziosa gemma, che brillando sulle fronte alla vera sposa di Gesù Cristo, la separò in ogni tempo dalle chiese adultere che ne usurparono il nome. Quelle benedizioni noi le abbiamo vedute coi nostri occhi, e adorate coll’animo profondamente commosso nel grande avvenimento che Lunedì si è compiuto a Monte Santo.
Al semplice invito di pellegrinare a quel santuario benedetto a fin di pregare la Vergine per la Chiesa perseguitata e per l’afflitto Pontefice, si levarono concordi da tutti i punti della Diocesi i venerati Pastori delle anime, e senza badare alla lunghezza e arduità del cammino, agli scherni di un piccolo mondo beffardo, e non pochi eziandio agli incomodi e al peso degli anni, schierando in bella ordinanza le loro popolazioni, e salirono prontissimi la montagna di Maria. Chi non ha stupito, chi non ha pianto di gioia e di amore nel veder passare quell’immensa processione, i cui primi drappelli toccavano la vetta mentre gli ultimi erano appena alla radice del monte! Quello sfilare ordinato delle singole parrocchie, precedute ognuna dalla croce astile che sotto i raggi di un sole purissimo si indorava di celesti splendori! Il bel ordine degli uomini separati dalle donne, la compostezza e la pietà dei giovani, il raccoglimento e la modestia delle fanciulle!
Chi non ha sentito nell’anima sua una commozione tenerissima nell’udire quelle migliaia di voci, or gravi e profonde or tenere e argentine, che modulate in varie lingue risuonavano il nome di Colei che tutte le genti chiamano beata! E l’aspetto di quel vasto tempio inondato da un popolo divotissimo, che si cibava del pane degli Angeli, e contemplando con amore la Vergine benedetta, al supplicava colle labbra e col cuore a stender l’ali della sua protezione sopra la grande famiglia cattolica e sopra Colui che è tanto perseguitati, ed è il padre amatissimo di tutti i fedeli!
Chi ha operato questo spettacolo grandioso, che uomo vivente non ha mai veduto sulle pendici del Monte Santo, più che 40.000 pellegrini inginocchiati insieme ai piedi di Maria madre delle misericordie, e aiuto potentissimo dei cristiani? – dovrem ripeterlo? Dopo Dio, che ha voluto rivelare la fede e l’amore ch’egli tien vivo nel nostro popolo, questo gran fatto è stato opera della fede, dello zelo, della concordia unanime del nostro Clero, che ha seguito l’esempio del venerato suo Capo. Onore dunque e benedizione senza fine ai nostri parroci, viva in eterno il nostro Clero.
Un pellegrino
NEL PELLEGRINAGGIO
Al Monte Santo
PER S. S. IL PAPA PIO IX
China il tuo guardo, dona un sorriso,
O gran Regina del paradiso!
Così ti grida la turba pia,
Santa Maria.
Oh! Come batte veloce il cuore
A tanta gente ch’arde d’amore:
Non è fatica per la tua via,
Santa Maria.
Ignori forse ciò che ti chiede
Chi in oggi anela porsi al tuo piede?
Ti noma il Padre; Tu sai chi sia
Santa Maria.
È il padre nostro, che Pio si noma,
È il tuo gran figlio che siede in Roma:
Per Lui sospira la turba pia
Santa Maria.
Vogliono i tristi vederlo afflitto,
Misero ancora quel derelitto;
Formaro audaci congrega ria,
Santa Maria
Odono i figli le sue querele,
Contan piangendo l’ore di fiele;
Senza prodigio spento Ei saria,
Santa Maria.
Deh! Tu pietosa quel grande core
Sostenga e roggi nel suo dolore;
Poi pace e gioja dal cielo invia,
Santa Maria.
Per te già carco d’inclita gloria
Più non gli resta che la vittoria:
Ch’Ei la proclami. Deh! Presto sia
Santa Maria.
Addì 2 settembre 1872
Un pellegrino
Il M. R. Parroco di S. Giorgio nell’Udinese, che prese pur parte al nostro pellegrinaggio, ha composto questo bell’inno in cui dobbiamo ammirare la spontaneità e l’unzione. Noi gli rendiamo grazie di questo suo felice pensiero.
Gorizia 8 Settembre 1872 N.ro 72 pp. 1 – 2
La Presidenza del Circolo Cattolico Goriziano la mattina del 4 spediva al Card. Antonelli, Segretario di Stato di S. S. il seguente telegramma:
“Ieri pellegrinaggio imponente. Arcivescovo, Capitolo, Clero numeroso. Circa trentaduemila* (in nota, N.B. come apparisce dalla Relazione, il numero era molto maggiore). Concorso anche Trieste. Udine.”
E il giorno 5, il Presidente riceveva la seguente consolante risposta:
La ringrazio in nome del Santo Padre delle commoventi notizie da Lei Comunicate.
Card. ANTONELL
Il pellegrinaggio
Al MONTE SANTO
e il Giornalismo liberale, locale e provinciale
Era da prevedersi, che il giornalismo liberale si avrebbe pronunziato poco favorevolmente sul pellegrinaggio al Monte Santo. Già sotto la data 2 Settembre il corrispondente della “Triester Zeitung” nel N.o 201 mentre valutava a oltre 50.000 il numero dei pellegrini accorsi, deplorava che nel nostro secolo fosse possibile un simile fanatismo, vittime del quale sarebbero periti una donna ed un fanciullo. Possiamo assicurare il liberale corrispondente, che il pellegrinaggio non ha prodotto altre vittime, che forse gli eccessi d’ira e di bile nei framassoni e liberali.
Per ciò che concerne il fanatismo osserviamo, che questo propriamente predomina nel campo liberale. Se si battezza quale fanatismo la riunione d’una moltitudine di fedeli per rendere testimonianza di fede alla religione che professano e per interceder grazia da Iddio onnipotente mediante l’intercessione di Maria Vergine, non potremo noi con maggior fondamento proclamare fanatismo i congressi e le riunioni dei filosofi, dei letterati, dei medici, dei giuristi, dei maestri e soprattutto poi dei ginnasti che in tutte queste unioni c’entrino delle umane passioni: l’idea da cui sono animate è indubbiamente nel pellegrinaggio cattolico la più pura, la più spirituale che eleva anche l’uomo rozzo al di sopra delle cose mondane, mentre tutte le altre si occupano delle cose terrene e servono per lo più alla soddisfazione dell’ambizione e della vanità di singoli individui.
Supponete una riunione di 40.000 filosofi. Misericordia! Non vedreste voi riprodotte le dottrine le più esotiche, le più anormali, che siamo state annunziate nel corso dei secoli dalla delirante umana filosofia. Lo stesso dite medici, legisti e così via discorrendo. Nò una riunione così numerosa d’individui aventi la stessa idea e che si sciolgano raffermati nella medesima non è possibile che in un’adunanza cattolica.
Aggiungasi, che noi ci siamo riuniti per pregare e per rendere manifesta la nostra fede, mentre tutte le altre riunioni mirano alla vittoria di idee particolari, e si risolvono in soddisfazioni d’amor proprio, in feste e lauti conviti. Ciò sia detto contro le accuse di tutti gli altri giornali circa il supposto fanatismo.
Il Cittadino delli 4 Settembre nel suo N.o 247 accresce la dose delle accuse: egli vuol ridurre la concorrenza a meno di 20.000, trova nei pellegrini tutti i vecchi, le donne ed i fanciulli della campagna e deplora le conseguenze del pellegrinaggio.
Sicuramente, che i cattolici del contado sono stati eccitati ad intervenire; ma perchè alle lusinghe del Cittadino e consorti di accedere alle riunioni ginnastiche, che sono poi riunioni di piacere, non corrispondono, e malgrado le pompose descrizioni riescono sempre al di sotto dell’aspettazione, mentre agl’inviti del Clero e del Circolo cattolico corrisponde così numerosa la moltitudine da riunirsi 40.000 dove non si aspettavano, che 20.000 e questi non per gozzoviglia, ma in spirito di penitenza?
Ci direte, che voi avete l’intelligenza e noi la gente rozza; ma vi chiediamo, chi è più rozzo, quegli che si riunisce per pregare ed adorare Iddio Creatore, oppure quelli, che affluiscono per mangiare e bere a crepapancia, per ballare o per qualche cosa di peggio?
Sig. corrispondente del Cittadino, siete poi stato assai male informato, quando volete ridurre il N.o dei pellegrini al di sotto di ventimila, mentre oltre il sopra citato corrispondente della “Triester Zeitung” tutti gl’intervenuti, e tutta la Città di Gorizia vi possono assicurare, che ve n’erano ben più di 40.000 e fra questi assai più uomini che donne, e non molti vecchi per la difficoltà dell’accesso, e quasi nessun fanciullo, perchè i Curati di campagna ne avevano di ciò ammonito i genitori.
Ci parlate della bottega del Monte Santo, dei risparmi versati dal povero indigente, ma si vede bene che voi siete avvezzo a far bottega del vostro giornalismo ed è perciò, che quest’idea sempre vi perseguita; le elemosine alla Chiesa sono state modiche e noi abbiamo ferma fiducia, che Iddio benedirà le tenui elemosine del povero, come ha benedetto quello della Vedova che accolse il profeta Elia.
In quanto alle malattie vi possiam dire che molti vecchi e deboli di salute accorsi, si sentirono più vegeti nel ritorno; ma già voi uomini carnali non concepite le cose dello spirito, non conoscete i miracoli della fede.
Finalmente voi deplorate un aumento di figli illegittimi e gettate in faccia a quella pia turba di pellegrini la taccia di scostumatezza. I pellegrini non sono tutti santi e può darsi, che la divina grazia non li abbia tutti, per loro colpa, preservati dal peccato, ma vi possiamo assicurare, che il pellegrinaggio non ha accresciuto la disonestà; che se tutta la popolazione del litorale fosse animata dallo spirito, che ha spinto i pellegrini al Sacro Monte, potreste chiudere gli orfanotrofi e non si conoscerebbe gl’infanticidi. Sapete dove si accrescono questi malanni? Nei balli e nelle orgie notturne, nelle sagre profane, e nelle riunione dei vostri pari. Un’altra volta risponderemo agli attacchi dell’Isonzo e del Progresso.
Giacchè il corrispon. della Triester Zeitung nel Num. 201 alle espressioni bellicose contro il pellegrinaggio di Monte Santo volle aggiungere anche la miserabile menzogna di due persone che vi avrebbero perduta la vita, non pensando bene che avea contro di sè la testimonianza di tante migliaia, abbiamo pregato il Sig. Medico Chirurgo Leopoldo Grešič, il quale era stato incaricato dalla Direzione del Circolo Cattolico perchè prestasse i soccorsi dell’arte in caso di bisogno, ad estenderci la seguente
Dichiarazione medica.
Il 2 corr. essendosi raccolte presso a 50 mila persone sul Monte Santo, ci fu necessariamente una calca, poichè la Chiesa non contiene che 10,000 persone; quindi avrebbe potuto accadere qualche accidente nell’affollarsi alle porte di chi entrava ed usciva; e perciò il sottoscritto Medico d’ispezione rivolgeva specialmente a quei punti la sua attenzione. Tuttavia non accadde verun sinistro o lesione, all’infuori di due donne attempate che furono sorprese da debolezza di stomaco, che fu tosto vinta da alcune gocce di spirito di melissa.
LEOPOLDO GREŠIČ
Medico – Chirurgo della città
Frammenti
Il recente pellegrinaggio al Monte Santo fu una pillola amara pell’Isonzo e pei suoi partigiani, i quali non sanno inghiottirla senza far le boccaccie. Chi ha amaro in bocca, ci vorrebbe una virtù sovrumana perchè sputi dolce? e costoro difatti sputano villanie e impastocchiano fiabe, per liberarsi dalla bile che sconvolge loro lo stomaco. Non è poi meraviglia che nella stizza trasmodino, ed escano dai seminati, adoperando il linguaggio che sogliono usare i tresconi e le rivendugliole quando si bisticciano. Il Pettine, foglietto satirico creato a immagine e somiglianza dell’Isonzo, per stimmatizzare a modo suo il pellegrinaggio, coniò una parola che non si trova nel vocabolario della lingua italiana, ma che potrebbe star molto bene sulla bocca di quei disulitacci che giocano alla mora, seduti sulle luride pancacce di qualche bettola. Il Cittadino pubblica una corrispondenza in cui si rifrigge la solita storia della santa bottega; e poi per svilire i divoti accorsi alla Madonna del monte santo, si aggiungono certe oscene osservazioni la cui laidezza reca disdoro soltanto a chi le dice. Se un codino si lasciasse scappare qualche insinuazione dai liberali, si leverebbe un grido unanime ad imprecare al furore dei gesuitanti, incivili, mordaci. Traditori della carità. I liberali invece si credono lecito di raccogliere dai trivii il fango più abietto per insozzare il nome di chi non pensa come pensano essi. Ma se prendono diletto a rimestare quell’immondo pattume, tal sia di loro. L’Isonzo arriccia il naso parlando degli “accampamenti notturni” dei pellegrini nelle pubbliche piazze e dei letamai improvvisati. E questo è il vezzo dei liberali. Sono innamorati del popolo, e non rifiniscono di gridare che la voce del popolo è la voce di Dio, che il popolo è il sovrano vero e che essi gli vogliono un ben dell’anima. Ma se per disgrazia quel popolo conserva un bricciolo di fede e non si cura delle loro moine, questi spasimanti amatori del popolo cambian metro, e lo trattano da canaglia, peggio che non facessero i più burberi e accipigliati feudatarii d’una volta. Tutti i democratici son fatti così; idolatrano il popolo finchè si adatta a cantare com’essi suonano, e se no, son pronti a dirne corna.
Ci furono anche altri campioni che posero la lancia in resta contro quel pellegrinaggio. V’ebbe un filantropo che non potè star nella pelle al vedere come i preti avevano strappata dai suoi focolari quella turba innocente per spingerla al macello su per i dirupi del monte. Chi ha contato le vittime di quella giornata campale del gesuitismo? Chi sa quanti furono i morti, i feriti, chi sa quanti posti fuori combattimenti! Il nostro filantropo ne ebbe commosse le viscere, e corse frettoloso a gettare nella buca delle lettere una corrispondenza per la Triester Zeitung, in cui si deplora il fiero caso di due persone che spirarono sulla vetta del Monte Santo, sacrificate, com’egli dice, dai preti alla maggior gloria di Dio. I commenti poi li lascia al lettore, il quale non mancherà d’inorridire delle infamie del gesuitismo che si pasce di sangue, e pei suoi fini tenebrosi non rifugge dall’immolare vittime umane. Quelle vittime del resto non esistono che nella fantasia di quel tristerello di corrispondente, il quale per conseguenza o mentì sapendolo, o raccolse ciance senza curarsi d’appurare il vero. Ma già si sa che il dir panzane e lo scrivere fole per screditare i preti, è opera santa; e in fin dei conti anche uno sprezzo di calunnia non sarebbe quel gran peccataccio, purchè si abbia l’avvertenza di non calunniare che i gesuiti. I liberali sono furbi. Danno ad intendere che i gesuiti insegnano la massima che il fine giustifica i mezzi; ed essi la mettono in pratica.
Anche l’Isonzo ha un cuor di Cesare, e si sente in corpo una buona dose di filantropia; laonde ei versa lagrime di compassione sulle miserie di quella povera gente che dalla malizia pretina fu trascinata sulle balze del Monte e dovette patire tanto e poi tanto. Si può scommettere che dinanzi all’Isonzo non troverebbe grazia neanche Cristo, a cui, come narra il Vangello, tenea dietro una turba infinita tra le asprezze del deserto brullo e inospito. Che la gente si affatichi e si pigi e tolleri qualche ora di digiuno per pregar la Madonna, è una barbarie, un fanatismo selvaggio; invece è un atto di civiltà il pigliare un’infiammazione al ballo. Il carnovalo ha le sue vittime, e sta benone. In teatro nella beneficiata della prima donna, l’afa e il caldo fa montar i vapori e cagiona uno svenimento a più d’un dama; e guai se il cavalier servente non è lesto a slacciare l’abito e ad accostarle al naso la boccettina dell’essenze. Ma questi accidenti non montano, poichè il teatro è un santuario e una sorgente di civiltà; e invece è un male orrendo se le persone stanno pigiate in chiesa o una donna vi sviene.
Ah, corbezzoli! Il carnevale è una delizia! La baraonda dei beoni che rompono il silenzio notturno colle vociacce rauche, avvinazzate e stonate, e si curvano ai canti delle vie a fare i porcellini, gli urli delle maschere da dozzina e dei loro dami che sgangherano la bocca per tirar moccoli, insomma la baldoria d’una notte di carnevale, quello si è un magico divertimento, e degno che rinuncii al sonno per goderlo. Ma il “continuo e prolungato scampanio di tutte le campane ed il canto monotono di frequenti turbe compatte di pellegrini”, sono cose orrende che fanno ai pugni col progresso, e l’Isonzo se la se la prende colla polizia che non si curò di vietarle.
A dispetto dei detrattori del pellegrinaggio, la devozione alla Madonna del Monte Santo è testimoniata anche dalle molte pubblicazioni storiche a essa dedicata
Gorizia 12 Settembre 1872 N.ro 73 pag. 2
IL PELLEGRINAGGIO
AL MONTE SANTO
Il Giornalismo liberale, locale e provinciale
II.
Noi abbiamo sempre ritenuto che il moderno progresso liberale non è amico della verità ed anzi quando si tratta di cose religiose mentisce audacemente. Una prova di ciò ne dà il Progresso, giornale di Trieste nel suo numero 247. Il corrispondente della Triester Zeitung dei 2 Settembre aveva raccontato che una donna e un fanciullo fossero rimasti schiacciati, ma il Progresso, non sarebbe stato liberale, se non avesse rincarato la dose, esponendo che tre donne ed un fanciullo morirono vittime del fanatismo religioso. Eppure in quel medesimo N.ro riportando fra i carteggi particolari dei scandali giornalistici soggiungeva “gli stessi amici della libertà della stampa devono confessare, che il giornalismo batte ora in Austria una via falsa. Invece d’essere una stella polare della opinione pubblica, essa è decaduta ad un fuoco fatuo, il quale si è sviluppato sul pantane della trivialità.”
Non occorre altro leggere l’Hans Iörgel, il Kikeriti, e l’Illustrixte Wiener Extra Blatt fogli molto diffusi tra le masse falsa orbita viene aggirata la plebe, e quali pessime vie calca il giornalismo di Vienna.
Il Progresso chiude poi il suo articolo sul pellegrinaggio colla seguente osservazione.
“Dinanzi a questi fatti che parlano già troppo eloquentemente da se stessi, noi rivolgiamo la nostra franca parola al Governo, che si chiama liberale, perchè arresti, finchè e ancor in tempo, il torrente del fanatismo religioso se non vuol essere, oggi o domani, anch’esso travolto nei suoi flutti vorticosi.”
Nel numero successivo 248 porta un’altra corrispondenza nella quale si rinnova le solite plateali accuse contro il pellegrinaggio coll’aggiunta, che veniva a frotte da ogni villaggio, ciascheduna capitanata dal proprio parroco, che per far mostra di maggior numero di pecorelle avea per esempio minacciato dal pulpito una multa di due fiorini (sic!) a chi restasse a casa. Deplora il fanatismo religioso che abbruttisce sempre più il popolo, e porta un danno non indifferente in linea di economia alla provincia, lamenta la morte di due o tre persone e le moltissime che gravemente ammalarono.
Nel numero di 250 un altro corrispondente da Gorizia con stile umoristico, e da buffone, mette in un mazzo lo sciopero dei Sarti con quello dei Consiglieri Comunali e la Gita dei Ginnasti a Monfalcone col pellegrinaggio al Monte Santo. Non si poteva dubitare della sua predilezione per la ginnastica descritta quale modello di civiltà di confronto all’accampamento di zingari (così chiama i pellegrini) nel quale dicesi avessero trasformata la città lasciata in piena civilizzazione. Si smentiscono le notizie, le fole e le panzane degli articoli antecedenti, quali spiritose invenzioni; ma così di passaggio onde non togliere la sinistra impressione, che potrebbero aver recato a qualche credenzone. Vi si aggiunge poi l’osservazione che la maggio parte dei devoti ritornarono assai delusi, assai malcontenti e conchiude essere stato bene che il pellegrinaggio abbia avuto luogo…. perchè l’esperienza ammaestra il popolano a sue proprie spese e lo rende attento e docile alla voce della ragione e providamente gli desta in cuore la diffidenza verso chi con mistiche promesse lo ha fin qui completamente illuso in suo danno.
Devoti pellegrini! Goriziani imparziali! Da questo trasunto di corrispondenza del Progresso, tutte seguendo le orme degli articolo del Cittadino e dell’Isonzo, voi testimoni del fatto, imparate a conoscere, di quale impasto di menzogne e di calunnie si servono i giornali liberali per propagare le loro dottrine. La gita di piacere di Monfalcone dove si riunì appena qualche centinajo di buon temponi, al di sotto dell’aspettazione e dei preparativi, viene messa a paragone della riunione di oltre 40.000 pellegrini; quelli gaudenti, fiore di civiltà; questi riuniti per pregare, rozzi, barbari, zingani e che so io. Ecco la gentilezza della stampa liberale!
Lasciateci applicare alcune parole del Progresso sopra riportate. Gli stessi amici della libertà della stampa devono confessare, che il giornalismo liberale di Goriziae e Trieste batte ora una via falsa. Invece d’essere una stella polare della opinione pubblica essa è decaduta ad un fuoco fatuo, il quale si è sviluppato nel pantano della trivialità. Non occorre altro, che leggere il Cittadino, l’Isonzo, il Progresso, il Pettine ed altri foglietti di questa risma diffusi fra le masse della popolazione per capacitarsi in che falsa orbita viene aggirata la plebe, e quali pessime vie calca il nostro giornalismo liberale. Dinanzi a simili giornali, che parlano già troppo eloquentemente da sè stessi noi rivolgiamo la nostra franca parola al Governo, perchè arresti finchè è ancor tempo il torrente del menzognero giornalismo, se non vuole corrotte del tutto le popolazioni e reso impossibile di governarle.
Nostre corrispondenze
NOTA. Se al grandioso pellegrinaggio di Monte Santo, uniamo adesso le processioni parziali che nella nostra Provincia ebbero luogo in questi giorni, possiamo calcolare il numero dei nostri pellegrini a oltre 60.000.
Abbiamo risaputo un pò tardi che si trovarono al Monte Santo il 2 Settembre tre Signore di Graz, che avevano salito tutto il Monte a piedi ed erano venute per fare altresì un confronto col pellegrinaggio di Maria Zell. La loro aspettazione fu oltre ogni credere superata.
Ruda 9 Settembre 1872
Se temessi di urtare di troppo la tenerissima suscettibilità dei nostri amici (sic) vorrei anch’io dirvi qualche cosa della grandiosa dimostrazione del 2 Settembre, che ha messo loro in corpo tanta bile e li fa schizzar tanta bava, che fanno veramente pietà. Ma pur debbo dirvi che essendo il nostro pellegrinaggio riescito veramente di prima classe, conveniva che avesse pur anco la sua Ottava. E così avvenne tra noi. Questi arcicodoni di Ruda che accorsero in sì bel numero al pellegrinaggio e che a detta di un certo liberalastro sono addietro due secoli, perchè si fecero precedere col Crocifisso, se la discorsero così: Giacchè non abbiamo potuto tutti intervenire al pellegrinaggio del 2 Settemb., suppliremo alla meglio in parrocchia; andremo dal nostro curato, lo pregheremo che celebri una Messa solenne e che si cantino le litanie all’altare del sacro Cuor di Maria per implorare al travagliato Pontefice la libertà sospirata e il trionfo alla Chiesa. Detto fatto: qui non c’era davvero agitazione clericale. – Il Parroco approvò come doveva il felice pensiero e Domenica tra la comune esultanza si celebrò la progettata funzione.
Ne furono paghi di questo, ma a consacrare vieppiù questo fatto memorabile, stabilirono che cominciando da questo mese si celebrerà ogni primo Venerdì del mese una S. Messa pel S. Padre, il che fu già effettuato il 6 corr all’altare del S. Cuore di Gesù.
Vedete bene che il pellegrinaggio del 2 Sett. è e sarà fecondo di benefici effetti, come qui, così in tanti altri luoghi in cui ha eccitato meravigliosamente il sentimento cattolico. Addio.
Z.
Gorizia 12 Settembre 1872 N.ro 73 pag. 4
Cose locali
Un pò di calmante all’Isonzo
L’Isonzo (di carta) spaventato dal nero spettro dei pellegrinaggi, che mettono in iscompiglio le intere città che chiudono quasi del tutto le vie principali, che turbano l’ordine e la quiete e che perciò contrastano non solo colle leggi di polizia, ma altresì coi principi fondamentali delle leggi interconfessionali (puh! Scusate se è poco) chiama in ajuto per pietà il braccio civile perchè voglia impedire il sempre più invadente gesuitismo che minaccia di organizzare un nuovo pellegrinaggio al Santuario della B. V. di Castagnavizza. Ma il poveretto si vede proprio che soffre un forte urto di nervi, che lo fa frenare anche innanzi alle ombre. E chi ha mai parlato di un formale pellegrinaggio a Castagnavizza? Chi ci ha mai ne anche pensato? Si disse che alcune persone divote, per favorire anche tutti quelli che non poterono portarsi al Monte Santo, intesero di far tenere una solenne funzione al Santuario di Castagnavizza, il che è cosa ben differente da un pellegrinaggio.
Queste persone indipendentemente affatto da coloro che l’Isonzo chiama i soliti gesuiti hanno ideato e stabilito quest’atto di pubblica devozione e non è giusto che l’Isonzo ne dia ad altri il merito e la lode.
Dorma dunque tranquilli i suoi sogni l’Isonzo in quanto però glielo permettono i baccani notturni che non cessano mai di infestare la nostra città, e contro di questi pensi piuttosto d’aguzzar la sua penna, anzi che contro i cantici devoti che per una notte si fecero sentire che e certo non straziavano l’orecchie, come quelle vociaccie sbraitanti che formano l’ordinario tormento notturno dei poveri cittadini. Ma già la è vecchia: i nostri liberali hanno sempre due pesi e due misure.
Se per una notte si sente cantare qualche preghiera, ahime! La città è in scompiglio d’ordine pubblico è turbato ecc. ecc. e se le intere notti di Carnevale da un capo all’altro della città battono le strade carrozze e cavalli e sbraitano i baccanti come bestie uscite da un serraglio, ah! Tutto questo è un aura di soave zefiretto, un dolce suono che concilia il sonno!
Gorizia 15 Settembre 1872 N.ro 74 pag. 1
Perchè si ama tanto Pio IX
È un fenomeno innegabile quello dell’amore a Pio IX che giganteggia ogni di più. Se si addensa sul suo capo un odio inestinguibile, è vero che dall’altro canto gli vien tributato un affetto che appena può dirsi. Non mai forse v’ebbe un pontefice che si guardasse in egual misura il cuore de’ suoi figli, e forse in nessun tempo cattolici si trovarono così stretti e compatti al presente intorno alla cattedra di san Pietro.
Questi sentimenti sono prodotti in buona parte dalle qualità di mente e di cuore che Pio IX seppe spiegare nel suo lungo pontificato; però quelle doti non sono l’unica origine e neanche la causa precipua dell’affetto caldissimo e profondo di cui i cattolici ora più che mai circondano il santo Padre. Tanto più che sulla persona del Papa si concentrano l’interesse vivissimo e le passioni più svariate dei suoi stessi nemici, in modo da doversi dire che tutta l’Europa si aggira in un orbita che ha come punto mediano il papato. La questione di Roma soverchia tuttora ogni altra, tutti i partiti sono forzati a schierarsi contro Pio IX o per lui, e la sua voce fa trasalir tutti i cuori o per l’odio accanito o per l’amore tenero e filiale. Ora la causa adequata e quasi diremmo portentosa che occupa ora la Sede apostolica. Pio IX fa destinato ad essere propugnatore e vindice della libertà della Chiesa, e contro di lui convengono tutte le battaglie con cui si tenta d’inceppare quella libertà.
Il Principe Bismark, in una delle tornate della Dieta, disse che il nuovo impero creato da lui non “vuole andare a Canossa.” È verissimo infatti che la politica moderna non è punto disposta a indossare il sajo da penitente di Enrico IV e a impetrar dalla Chiesa l’assoluzione de’ suoi torti. Ma è vero altresì che Pio IX è obbligato a sostenere una missione che può paragonarsi a quella che la Provvidenza aveva allora affidata a San Gregorio VII. A quei tempi era a sciogliersi la grande questione se la Chiesa fosse un feudo dell’impero e se dovesse riverire nello stato il suo sovrano. I cortigiani d’Enrico col governare l’elezione del Papa e colle investiture dei prelati volevano ridurre la Chiesa ad essere una dipendenza dell’impero; i benefici e le sostanze ecclesiastiche dovevano mettersi in balia dello stato; anzi la stessa autorità di governare il gregge di Cristo voleva considerarsi come un efflusso della podestà imperiale. Se Enrico avesse vinto, la Chiesa sarebbe discesa alla miseranda condizione del patriziato bizantino, ligata mani e piedi, e avvilità sotto lo scudiscio dei favoriti del principe. Le conseguenze di quella vittoria, sarebbero state del pari funeste per la civiltà europea. La confusione del potere spirituale e del civile avrebbe imposta una orrenda schiavitù alle coscienze, ed ogni libertà sarebbe perita coll’estinguersi della libertà della Chiesa. L’imperatore pagano era ad un tempo sovrano dell’anime e dei corpi, e al titolo di tribuno perpetuo del popolo aggiungeva quello di Pontefice massimo. Contro questo enorme dispotismo dovette protestare il mondo cattolico, ed affermare la libertà di coscienza nel circo o fra gli strumenti di tortura col sangue dei suoi martiri. Ma quella magnifica conquista sarebbe stata perduta colla vittoria di Enrico, e l’Europa avrebbe imitata la decrepitezza dell’Oriente, ove tutto fu caduco e si sfasciò nel vecchiume perchè l’alito della libertà della Chiesa non era ammesso a ringiovanirlo.
Contro questo immane pericolo spese la vita quel valoroso pontefice che fu Gregorio VII. Egli mantenne quelle grandi e benefiche affermazioni che l’autorità della Chiesa venne da Cristo, che la sua indipendenza è fondata sulla sovranità di Dio e che perciò non può toccarla lo stato, e che il principe non può mettersi al disopra delle leggi e dell’ordine statuito da Dio. Così nell’atto che rivendicava la libertà alla Chiesa, Gregorio segnò un limite alla potenza dei monarchi, impedì che la forza brutale sopraffacesse la santità del diritto e della giustizia, ed irrompesse nel santuario della coscienza. Non è dissimile lo spettacolo che ci offre l’età presente, e sembra quasi che Pio IX abbia ereditato la lotta sostenuta da Ildebrando. Lo stato moderno accampa l’autorità smodata che pretendeva d’esercitare nel secolo decimo. Esso si arroga di restringere a suo talento l’azione e la libertà della Chiesa, come s’ella fosse stata delegazione del governo, e non già opera di Cristo. Lo stato pretende di determinare la competenza e di segnare il confine della podestà ecclesiastica, come se queste venissero da lui, misconoscendo così la natura della società cattolica la quale ricevette dal suo divin fondatore i suoi poteri e il diritto di esercitarli nella loro pienezza. In realtà i regalisti moderni si credono chiamati a riformare la Chiesa secondo le norme poste da essi, e si reputano lecito di restringere la giurisdizione di lei; più ancora, quel poco di libertà che non le possono togliere, lo vogliono far valere come una generosa e benigna concessione dello stato, il quale per conseguenza si riserva implicitamente il diritto di menomarla anche più quando che sia. In una parola, è l’idolatra dello stato e il culto della potenza che vogliono piantarsi al disopra degli altari di Cristo. Ciò è tanto vero, che un pajo di mesi addietro il liberalismo si mostrò scandolezzato all’udire che la Chiesa tiene sempre il principio doversi obbedire più a Dio che agli uomini, e poco mancò che il governo d’un potente impero non risguardasse come un crimenlese l’affermazione di quella massima. Gli apostoli con quelle memorande parole rivendicavano l’emancipazione della coscienza, e nel secolo XIX la Chiesa è costretta a combattere per la libertà di coscienza ripetendo quel medesimo dettato. La libertà dei figli di Dio e l’inviolabilità dell’intimo sacrario della coscienza si trovano in lotta di bel nuovo col dispotismo d’un partito e colla autocrazia dello stato. È una lotta da cui dipendono i destini dell’umanità e il progresso della civilizzazione, e in cui sono impegnati gli interessi più sacri e i beni più sublimi dell’uomo. In questa lotta, Pio IX è il campione che sostiene tutto l’urto degli eserciti che combattono in nome degli errori moderni. La sua vittoria adunque sarà la vittoria della Chiesa, della libertà, della coscienza, e quindi non fa meraviglia che gli occhi di tutti posino sopra di lui, come egli è certo che la storia scriverà il nome di Pio IX accanto a quella di San Gregorio VII.
Gorizia 15 Settembre 1872 N.ro 74 pag. 2
FASTI LIBERALESCHI
In occasione del pellegrinaggio
DI MONTE SANTO
Abbiamo risaputo jeri soltanto da un Signore possidente di campagna alcuni episodi del 2 Settembre, che ci provano una volta di più quanto sieno miserabili i nostri sedicenti liberali. Minaccie spavalde, insulti vigliacchi, villane soperchierie ecco le glorie, i trionfi di questi signori che strombazzano tutto il giorno il nome di libertà, di cui non conoscono neppure il concetto.
Ci venne dunque riferito (e vi sono testimoni) come la mattina del 2 Settembre, alcuni signorini dal riso beffardo seduti al Caffé del Teatro dissero con minaccioso cipiglio ai pellegrini che venivano dalla campagna: “Andate pure a Monte Santo….ma non tornerete tutti addietro” Era una minaccia da bimbi, già si sà, ma che rivela abbastanza l’animo vile di chi la diceva; e queste parole corrispondevano alle altre fandonie messe fuori a bella posta di sassaiuole preparate, di candele ripiene di polvere e d’altri simili fiori di esimia civiltà. – Ma queste erano sole prole: ci fuorno anche dei fatti. Quella mattina sei campagnoli si trovavano al Caffè e domandarono sei caffè dicendo che se non avevano latte, li servissero col caffè nero. Il cameriere che dev’essere all’altezza dei tempi, avendo conosciuto che essi erano pellegrini, rispose in tuono burbero e sdegnoso: “Nè bianchi, nè neri.” Cui uno dei campagnoli riprese: Se non potete servirci, ditelo; ma senza insultare. – Più ardito ancora si mostrò un altro Signorino in piazza Travnik, che voltando e rivoltando il suo zigaro, e stralunando gli occhi, andava su e giù e grugniva e bestemmiava anelando di sfogare in qualche modo la sua bile. Vedutosi vicino un campagnolo che recitava il rosario, gli fu sopra, e lo prese al petto, insultandolo villanamente; se non che accortosi che quattro suoi compaesani muovevano alla sua volta, vedendo la mala parata, li lasciò.
Ecco le bravure dei nostri eroi, a cui aggiungeranno anche la missione gloriosa di quelli che si diedero la cura di segnare iscritto quelle case che erano illuminate al passaggio della processione. Buffoni! Voi smentite ad ogni piè sospinto il nome di liberali, di cui tanto vi gloriate. Voi siete schiavi miserabili, schiavi d’un partito, che vi sobbilla, schiavi d’una passione, che vi accieca, schiavi d’una tirannia che vi opprime. Questa schiavitù vi toglie il lume della ragione, vi avvilisce, vi disonora. Voi calpestate la libertà nell’atto stesso che credete di farle omaggio. Voi siete un miserabile oggetto di disprezzo e di compassione per ogni uomo che abbia senso di morale onestà.
NOTA. Da un corrispondente del Glas abbiamo risaputo un’altra bravura dei nostri campioni.
Essi furono così temerari da cacciarsi dentro le file dei pellegrini, che cantavano le litanie e cominciarono a cantare a squarciagola degli inni nazionali. Qualche buon giovinotto alzò la voce, dicendo che lasciassero in pace quei che pregavano. E allora uno degli eroi, schizzando di rabbia dagli occhi, gridò: Tacete, se non volete bere acqua rossa.
Ecco i filantropi, gli amici dell’umanità, i proclamatori della libertà e dell’uguaglianza.













