Nei momenti più tesi della Guerra Fredda, mentre l’Italia organizzava la propria difesa strategica contro una possibile invasione sovietica, numerosi bunker sorsero lungo l’area di confine del Nord Est.

Oggi, alcuni tornano alla luce grazie alla passione di un giovane studente e ricercatore, svelando una parte di storia recente del nostro territorio finora rimasta nell’ombra.

Il sistema difensivo della “Soglia di Gorizia” era stato costituito all’epoca della Guerra Fredda a protezione del confine italiano contro un’eventuale invasione delle truppe sovietiche. In caso di aggressione, Gorizia, prima città NATO confinante con il mondo orientale, si considerava già persa.

Se molto di quel periodo è stato volutamente o inconsapevolmente dimenticato, ci sono testimonianze tangibili che si oppongono all’oblio. A partire dai primi anni ’60, sul territorio del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e del Trentino Alto Adige sono state realizzate migliaia di opere difensive: osservatori, posti comando e postazioni per mitragliatrici che avrebbero dovuto contenere la possibile invasione dei Paesi del Patto di Varsavia.

Si contano 1300 bunker in Friuli Venezia Giulia e 400 solo nella provincia di Gorizia. Molte di queste postazioni erano presidiate dalla Fanteria d’Arresto, reparto dell’Esercito che aveva il compito, nell’eventualità di un attacco, di opporre adeguata resistenza all’avanzata nemica per permettere all’Esercito italiano di organizzarsi per la successiva difesa.

La specialità è stata attiva dal 1962 al 1993, anno della dismissione e del progressivo abbandono delle numerose fortificazioni presenti nell’area di confine a Nord Est.

Sul Monte Calvario, a pochi passi da Gorizia, esistono 27 bunker realizzati nel teso clima della Guerra Fredda, la maggior parte dei quali già geo-localizzata, ad eccezione di uno.

È stato Paolo Visintin, studente di Scienze Politiche a Gorizia e, fin da piccolo, appassionato di storia – in particolare quella del Novecento – ricercatore per passione e membro del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer”, a scoprire l’ultimo e principale bunker.

Paolo, intervistato, racconta: «Tutto ha avuto inizio nel 2022, quando ho trovato il mio primo bunker e ho cominciato a cercarne altri. Avevo individuato, a grandi linee, la presenza di un complesso di fortificazioni sul versante meridionale del Monte Calvario ma, essendo la vegetazione molto fitta in quella zona, le mie ricerche erano proseguite senza darmi troppi risultati. Credevo, inoltre, che il bunker mancante all’appello fosse uno qualsiasi, dotato della medesima struttura degli altri, e così dopo un po’ di tempo ho gettato la spugna.»

La svolta arriva a ottobre 2025, quando Paolo, invitato a una conferenza sulla Guerra Fredda, ha l’occasione di conoscere Mauro Cociancig, appassionato come lui di storia locale e attivo nelle ricerche dei bunker risalenti alla Guerra Fredda.

«Ci siamo messi d’accordo – prosegue Paolo – per fare un tentativo assieme, nel marzo di quest’anno: il giorno stesso in cui siamo andati, abbiamo trovato il bunker mancante. In qualità di membro del gruppo speleologico “C. Seppenhofer” sono entrato per primo.»

Varcato l’ingresso, Paolo si rende subito conto di aver fatto una scoperta fuori dal comune: nell’oscurità di uno spazio molto più ampio delle sue aspettative, si accorge che il bunker si dipana in più direzioni e che si tratta di un caso rarissimo, costituito da due postazioni unite: una PCO (posto comando osservatorio) e una M (per mitragliatrice).

La recente scoperta sul Calvario, di grande valore storico-militare, è solo la punta dell’iceberg di un complesso di fortificazioni già conosciute ma, ad oggi, quasi del tutto abbandonate.

Ne dà conferma lo stesso Paolo, esperto in merito: «Su un totale di 1300 bunker, la maggior parte versa in stato di abbandono. Alcuni dei complessi sono stati acquistati da privati, che ne ricavano delle zone da adibire a cantine. L’unico bunker visitabile (apre mediamente una volta al mese) è quello di San Michele del Carso, il più grande in queste zone, recuperato nel 2014 grazie a fondi della Provincia di Gorizia.»

L’opera, che oggi si trova nel comune di Savogna d’Isonzo, precisamente sul Monte Škofnik, è stata costruita ex-novo alla fine degli anni Sessanta, venendo dotata di una postazione di comando osservatorio e di cinque postazioni M, per mitragliatrici.

Un altro episodio significativo narrato da Paolo riguarda un bunker già noto a Farra d’Isonzo, dove il giovane ricercatore ha ritrovato un foglio risalente al 1991.

«L’impianto di illuminazione del bunker versava in ottime condizioni, ma a stupirmi è stato proprio quel foglio, che riportava la data e le firme di chi faceva i turni di guardia all’interno del rifugio che stava per essere dismesso.»

La vera sorpresa, però, è arrivata qualche tempo dopo, quando Paolo ha incontrato di persona un uomo che su quel foglio ha riconosciuto la propria firma, apposta oltre trent’anni prima.

«Nell’ottobre scorso, tra i relatori della conferenza a cui ho partecipato, c’era anche Stefano Cogni, colui che oggi gestisce il bunker di San Michele e che, all’epoca, aveva fatto parte della Fanteria d’Arresto. Mentre scorrevo le immagini della mia presentazione, lui ha incredibilmente riconosciuto la propria firma. Gli ho promesso che sarei andato a recuperare quel foglio per consegnarglielo, ma qualche giorno dopo, tornato a Farra, ho avuto la brutta sorpresa: non solo il foglio non c’era più, ma l’intero bunker, all’interno, era stato completamente distrutto.»

Episodi come questi, purtroppo, non sono rari. Tra il 2010 e il 2012 molti dei rifugi nella zona del Goriziano sono stati depredati di tutte le componenti metalliche: una svendita illecita che ha reso le strutture ancora più pericolanti di prima e per la quale sono state aperte le indagini nel 2014.

Il territorio goriziano è ricco di storia e le ricerche di Paolo non si esauriscono di certo al tema della Guerra Fredda, ma proseguono ben oltre.

Negli ultimi mesi, lo studente si è dedicato ad approfondire la storia del Cimitero della Grassigna, il principale cimitero di Gorizia tra il 1880 e il 1916. Distrutto dai bombardamenti della Prima Guerra Mondiale, ospitava oltre 28.000 salme. Oggi si trova dove sorge il centro di Nova Gorica, in una zona storicamente paludosa a causa dello scorrimento del torrente Corno, caratteristica che ha impedito la normale decomposizione dei corpi.

«Ho voluto approfondire il tema, recandomi più volte nell’Archivio di Stato e nell’Archivio Provinciale per reperire materiale. Il mio desiderio è quello di realizzare un libro a riguardo, affinché questa memoria non vada dimenticata: lì ci sono i nostri avi, coloro che hanno composto l’identità di Gorizia tra l’Ottocento e il Novecento.»

Paolo, inoltre, svolge un’attività di divulgazione culturale tramite i social. Il suo profilo “Le vie di Gorizia” è presente sia su Facebook che su Instagram.

Negli ultimi mesi ha partecipato come relatore a eventi e conferenze legati alla storia locale e ai suoi interessi. Il suo percorso è iniziato a novembre 2024 con un focus su Gorizia Sotterranea (tema successivamente ripreso in occasione di èStoria 2025), per poi proseguire, nel corso del 2025, con approfondimenti sui Bunker della Guerra Fredda, le cripte del Duomo e il Torrente Corno.

Quest’anno, infine, ha approfondito il tema del Cimitero della Grassigna e partecipato come relatore a èStoria 2026 con due interventi: Il Golem di Gorizia e le chiese campestri del Monte Calvario.

Sebbene Paolo sia un profondo appassionato del passato, il suo sguardo è più che mai rivolto al futuro: «Il mio auspicio è che queste opere non restino chiuse a fare la muffa, ma che la storia venga pubblicizzata e conosciuta da tutti, soprattutto dai più giovani. Negli ultimi mesi sto lavorando con il Comune di Gorizia per valutare un’eventuale valorizzazione delle fortificazioni, consapevole di quante siano le cose ancora da scoprire. Io stesso, ad esempio, non conoscevo nei dettagli la storia del cimitero della Grassigna e mi ha appassionato proprio approfondirla. Insomma, “l’appetito vien mangiando”: più si conosce e più viene voglia di conoscere.»

Viola Perissutti

Nella Gallery, alcune immagini dei bunker recentemente visitati da Paolo Visintin

La planimetria si riferisce, più precisamente, al grande bunker recentemente scoperto da Paolo sul Monte Škofnik